SACE fuori dall’Artico russo. Tutto bene quel che finisce bene?

Ci siamo, ormai mancano pochi giorni all’uscita di SACE dal mega-progetto per l’estrazione del gas nel nord della Russia denominato “Arctic LNG-2”. Il prossimo 31 gennaio, infatti, ci sarà la risoluzione della polizza assicurativa che l’agenzia di credito all’export italiana, ente pubblico che gestisce decine di miliardi di euro, aveva emesso nel 2021 in favore di Intesa Sanpaolo e di Cassa Depositi e Prestiti. Arctic LNG-2 è un mega-progetto di liquefazione di gas naturale della società russa Novatek in fase di costruzione nella penisola di Gydan, uno dei territori più a rischio dell’Artico russo.

Dopo più di tre anni di pressione esercitata da ReCommon e dai suoi partner italiani e internazionali, l’associazione accoglie con grande favore la notizia. Il denaro dei contribuenti italiani, posto a garanzia del progetto, non avrà un ruolo nella realizzazione di un’opera devastante dal punto di vista ambientale e climatico. Senza contare che il settore dei combustibili fossili russo rappresenta una fondamentale fonte di finanziamenti per la guerra mossa da Vladimir Putin all’Ucraina.

Ma in tutta questa vicenda c’è un fattore che getta delle pesanti ombre sulla stessa SACE e sulla sua condotta, ed è legato proprio al conflitto in corso. In uno scambio avuto con ReCommon, l’assicuratore pubblico ha messo nero su bianco che sta abbandonando Arctic LNG-2 solo per “il potenziale rischio di sanzioni secondarie USA”. Il termine del 31 gennaio 2024 è in linea con la “finestra temporale indicata dall’OFAC”.

Ovvero dall’Ufficio di Controllo dei Beni Esteri che fa capo al dipartimento del Tesoro statunitense. Lo scorso 2 novembre, l’OFAC ha inserito la società LLC Arctic LNG-2 (di cui il colosso energetico russo Novatek è l’azionista maggioritario) “nella lista delle Specially Designated Nationals And Blocked Persons, con conseguente facoltà per ogni interessato di concludere tutti i rapporti in corso entro il 31 gennaio 2024, onde evitare possibili sanzioni secondarie”.

Insomma, c’è stato bisogno di una guerra e di un corposo pacchetto sanzionatorio extra-UE per “costringere” SACE a uscire da Arctic LNG-2. Come se prima del novembre del 2021, quando l’assicuratore pubblico italiano entrò nel progetto, la Russia non fosse già un Paese autoritario, macchiatosi di crimini in vari paesi confinanti. Sulla questione dei pesanti impatti ambientali e sul clima, poi, è evidente che questi sussistevano già due anni fa, ma SACE non li aveva tenuti in debita considerazione. D’altronde parliamo di un ente che è primo in Europa e sesto nel Pianeta in termini di finanziamenti pubblici al settore dei combustibili fossili. Dall’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi sul clima, l’ammontare garantito da SACE per progetti di carbone, petrolio e gas equivale infatti a ben 15,1 miliardi di euro. Arctic LNG-2 è la riprova che la due diligence ambientale e sociale dell’agenzia di credito all’export nostrana sui progetti finanziati è a dir poco approssimativa e apparentemente molto prona agli interessi delle corporation dell’oil&gas. Eppure, nel novembre del 2021, alla COP26 in Scozia l’Italia aveva sottoscritto la Dichiarazione di Glasgow, impegnandosi a porre fine a nuovi finanziamenti pubblici internazionali per progetti di estrazione, trasporto e trasformazione di carbone, petrolio e gas entro il 31 dicembre 2022.

«È arrivato il momento che SACE recepisca la Dichiarazione di Glasgow e ponga fine, una volta per tutte, al sostegno a progetti fossili, adottando una policy degna di questo nome. Ne va dell’ambiente, del clima e delle tasche dei cittadini e cittadine italiane», ha commentato Simone Ogno di ReCommon. Non deve certo scoppiare una guerra per decretare la fine del coinvolgimento pubblico italiano in progetti come Arctic LNG-2.

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