
[di Antonio Tricarico] pubblicato su Il Manifesto
È stato definito storico l’accordo raggiunto a Bali lo scorso sabato alla nona conferenza ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio, nota ai più con l’acronimo inglese Wto. Sarebbe stato più corretto e realistico definirlo semplicemente il primo dell’era Wto, dal momento che dalla creazione dell’istituzione nel 1994, con l’accordo – quello storico davvero – di Marrakesh, nessuna nuova intesa in questa sede multilaterale è stata possibile fino a Bali.
Dopo il fallimento di Seattle nel 1999, anche grazie all’emergere del movimento no-global, alla fine del 2001 fu lanciato un nuovo ciclo di negoziati a Doha in Qatar sotto il diktat americano nell’immediato dopo 11 settembre. Un’agenda ambiziosa che mirava a coprire ogni aspetto della sfera negoziale ampliando l’ambito di azione della Wto anche all’annoso tema degli investimenti, su cui da sempre manca un accordo multilaterale.
Proprio quell’anno la Cina fu ammessa nella Wto, ed il mondo cambiò. Bastarono due anni, e l’agenda di Doha naufragò nel mare azzurro di Cancun, quando emerse per la prima volta il fronte dei paesi Brics come blocco politico sulla sfera internazionale. Fu l’inizio del declino del mantra incontestato della globalizzazione liberista. Gli Stati Uniti, allora guidati dalla furia neo-con, dissero senza mezzi termini che avrebbero perseguito per altre strade diverse dalla Wto la stessa agenda, oltre l’opzione militare allora nel vivo con la crisi irachena.
Così dopo 12 anni dall’avvio dei negoziati, si chiudono parzialmente solamente tre dei diciannove capitoli negoziali originariamente aperti. Più che una prova di forza della Wto, sarebbe meglio parlare di debolezza o inefficienza, dal momento che mai nessun ciclo negoziale – anche ai tempi dell’accordo Gatt sulle tariffe ed il commercio, precursore della Wto – è durato così tanto. Ed il dogma liberista al suo apogeo ci mise solo otto anni di negoziati per creare la Wto stessa. Allora fu l’amministrazione Clinton che diede una svolta ai negoziati sfruttando il crollo del blocco sovietico e la nuova narrativa di libertà sul pianeta volutamente confusa con il dogma liberista nella sfera economica e finanziaria. A distanza di venti anni l’amministrazione democratica di Obama, dopo le pesanti difficoltà incontrate nella sfera militare, sembra ritornare alla “guerra del libero commercio” per mantenere la sua egemonia. La strategia geo-economica a stelle e strisce prevede un accerchiamento della Cina, e degli altri paesi emergenti, tramite nuovi e più profondi accordi bilaterali e regionali di libero scambio con l’Europa e l’area del Pacifico al fine di fissare un nuovo quadro di standard e regole che vadano bene alle multinazionali occidentali per guadagnare nuovamente un vantaggio competitivo rispetto ai nuovi competitors emergenti.
In questo schema, condiviso appieno dalla guida liberista della Commissione Europea, però la Wto non avrebbe più dovuto avere un ruolo prioritario. Il vertice di Bali con il suo finale a sorpresa, che evita l’ennesimo palese fallimento, va allora valutato con attenzione. I paesi emergenti sono andati in ordine sparso ed in particolare la Cina e l’India si sono trovate su posizioni molto lontane. Il governo di Pechino ha cercato di sfidare Usa ed Ue dichiarando apertamente la sua insoddisfazione per la lentezza decisionale della Wto e dicendosi pronto ad avviare negoziati “plurilaterali” con un numero più limitato dei 159 paesi membri dell’organizzazione multilaterale. Ha anche chiesto di entrare nel negoziato dell’area di libero scambio del Pacifico, imbarazzando l’amministrazione Obama che ha cercato da sempre di escluderla. Ed allo stesso tempo la Cina nutre ambizioni nel negoziato per l’accordo di liberalizzazione degli investimenti appena avviato con l’Ue. L’India ha invece preso una posizione più “sudista” alimentando le speranze dei paesi più poveri, soprattutto nella materia agricola. Finita sotto attacco brutale degli Usa per i suoi sussidi ai piccoli contadini e per calmierare il prezzo del cibo per i più poveri, alla fine ha strappato un’esenzione per quattro anni dalle regole della Wto che ne richiedono l’eliminazione, una “clausola di pace” in gergo negoziale.
Si deciderà nel 2017 se eliminarla o mantenerla. Peccato però che di questa esenzione godranno solo alcuni dei paesi del Sud, a testimonianza che quando i Brics si dividono anche gli altri paesi del Sud ottengono poco. Infine il Brasile, che oggi esprime il nuovo direttore generale della Wto, ha mantenuto la barra dritta sulla necessità di negoziare solo nella Wto, quasi assumendo che se il paese va da solo perderebbe le battaglie con le grandi potenze. E su questa spinta i paesi meno sviluppati hanno ottenuto a Bali che le loro merci abbiano accesso con dazi bassi o nulli nelle economie più avanzate. Ma allo stesso tempo, e questo è stato il vero ed unico accordo significativo raggiunto, si è trovata una quadratura sulla cosiddetta “facilitazione al commercio”, ossia ogni paese si impegna a garantire tempi molto brevi al transito delle merci in dogana. I grandi paesi esportatori ne beneficeranno, e soprattutto le grandi multinazionali di questi, ma i paesi importatori dovranno dotarsi di costosi sistemi computerizzati in dogana. Costi spesso proibitivi per i paesi più poveri che magari dovranno dare precedenza all’ammodernamento delle dogane rispetto a quello di scuole ed ospedali.
Nonostante Usa ed Ue si fanno belli della “ritrovata” democraticità ed inclusività della Wto dopo il risultato raggiunto a Bali, nei prossimi mesi altri negoziati andranno avanti dentro e fuori la Wto, con un approccio principalmente plurilaterale, ossia senza il coinvolgimento di tutti i paesi. E’ chiaro allora che Bali è stata una tappa interlocutoria di un gioco più grande che va ben oltre la Wto. Tutti i paesi ad economia avanzata puntano sull’export per uscire dalla crisi, mentre gli emergenti hanno bisogno di ribilanciare le proprie economie stimolando un maggior consumo interno. Allora Usa ed Ue diventeranno sempre più aggressive nello spingere l’apertura dei mercati, e soprattutto nell’imporre i propri standard e meccanismi di risoluzione delle dispute sugli investimenti che permettano alle multinazionali di citare in giudizio i governi nazionali direttamente in fori internazionali di arbitrato commerciale. In questo grande gioco i forum multilaterali, come la Wto o il G20, servono fino ad un certo punto. Ma talvolta i pugili preferiscono tornate ad allenarsi nelle vecchie palestre che conoscono bene, per testare i propri avversari, prima di salire sui nuovi e più spregiudicati ring internazionali e combattere le vere sfide.