
Una quarantina di gruppi della società civile europea, tra cui anche Re:Common, fanno oggi appello ai leader dell’UE, riuniti a Bruxelles per il Consiglio europeo, di rivedere i loro piani di sviluppo energetico.
Piani che, al di là della retorica sulla riduzione dei costi e sull’aumento dei posti di lavoro e dell’efficienza, vedono una forte enfasi sull’estrazione dei combustibili fossili, e in particolare del gas di scisto. Una fonte, quest’ultima, ritenuta causa di nefasti impatti socio-ambientali, come si è già potuto constatare nei Paesi dove il cosiddetto shale gas ha provocato vivissime proteste da parte delle comunità locali.
Proprio grazie alla forte opposizione di una consistente fetta della popolazione, in Francia e in Bulgaria esiste un divieto, seppur temporaneo, sull’estrazione del gas di scisto.
Eppure, come denunciano le realtà della società civile, l’Unione europea vorrebbe percorrere proprio questa strada insicura e pericolosa, pressata da potenti gruppi di pressione, come quello dei lobbisti di Business Europe, la cui attività è in evidente contrasto con gli ambiziosi obiettivi di riduzione delle emissioni che l’Europa si è data per mitigare le conseguenze dei cambiamenti climatici.
“Si predica bene, ma si razzola male, continuando a investire sugli inquinanti combustibili fossili, anche quelli non convenzionali, e a favorire strumenti di mercato che investono negli stessi” ha dichiarato Elena Gerebizza di Re:Common, “I nuovi progetti infrastrutturali nel settore energetico promossi dai governi e dalle istituzioni europee rischiano di esacerbare la crisi allungando i tempi per una transizione reale e giusta. E il mercato del carbonio europeo è parte di questo meccanismo, che favorisce i nuovi progetti estrattivi e le infrastrutture collegate – come centrali a carbone, raffinerie, rigassificatori, depositi per il gas – e va profondamente rivisto”.