Terremoto in Nepal, danneggiate le grandi dighe del Paese

Una crepa riempita nella diga kulekhani dopo il terremoto, foto ratan bhandari - International Rivers

Riportiamo qui di seguito un articolo scritto da noi di Re:Common oltre un anno fa sulle grandi dighe in Nepal. I nostri colleghi di International Rivers hanno pubblicato sul loro sito un aggiornamento sulla situazione dopo i tremendi terremoti che hanno colpito il Paese asiatico. Nonostante le mille immaginabili difficoltà che esistono al momento per muoversi all’interno del Nepal, i contatti locali della Ong americana possono confermare che buona parte degli impianti idroelettrici hanno subito dei danni, tanto che la produzione di energia generata dalle dighe è diminuita di 150 megawatt.

Per leggere il resoconto di International Rivers: http://www.internationalrivers.org/blogs/328-15

Con otto tra le dieci montagne più alte del pianeta, il Nepal rappresenta senza dubbio il Walhalla di ogni alpinista. I suoi tanti fiumi, invece, stanno diventando una sorta di terra promessa per l’industria idroelettrica. Dagli immensi ghiacciai dell’Himalaya, insieme a una fitta rete di affluenti, partono il Kosi, il Gandaki e il Karnali, poi tutti destinati a confluire nel Gange.

Un patrimonio idrico troppo ghiotto per non attirare l’attenzione dei costruttori di grandi dighe, che infatti stanno stringendo la loro morsa sul debole governo locale, perennemente alla ricerca di investimenti esteri e di energia da rivendere ai Paesi confinanti. Le opere proposte al momento sono oltre 30.

In realtà sono ormai decenni che i tentativi di imbrigliare gli impetuosi corsi d’acqua nepalesi si susseguono senza sosta. Fece scalpore, nel 1995, la decisione della Banca Mondiale di ritirarsi dall’ambizioso progetto di Arun III. Le proteste delle popolazioni locali e i ricorsi presentati da due Ong nepalesi all’organo ispettivo della World Bank costrinsero i banchieri di Washington ad ammettere che l’istituzione stava di fatto violando diverse sue linee guida e che ci sarebbero stati “cambiamenti rapidi e irreversibili per l’area”, abitata da oltre 450mila persone.

Ora sui fiumi del Nepal hanno messo gli occhi le due superpotenze regionali. Le dighe di Pancheshwar e di Sapta Koshi, per un totale di quasi 10mila megawatt, sono sostenute dall’esecutivo indiano, anche in forza di un trattato bilaterale del 1996 che Ratan Bhandari, dell’organizzazione locale WAFED, non esita a definire “iniquo per il Nepal in termini di gestione dell’acqua e poi – aggiunge Bhandari – un siffatta opera sarebbe causa di sicuro sfollamento di oltre 40mila persone, da entrambi i lati del confine con l’India”.

Anche la Cina si è mossa per rivitalizzare l’ennesimo progetto dalle vicende burrascose, il West Seti. Destinato a sorgere in una delle zone più remote e povere del nord-ovest del Paese per mano di un’azienda australiana, i lavori sono rimasti bloccati per 16 anni. Dopo che nel 2010 i potenziali finanziatori della Banca di Sviluppo Asiatica avevano riconosciuto le tante criticità socio-ambientali del West Seti, Kathmandu aveva ritirato la licenza alla compagnia di Melbourne, salvo poi siglare nel maggio 2012 un memorandum di intesa con la China Three Gorges Corporation. Ovvero l’impresa statale che nell’ex Impero di Mezzo, sul fiume Yangtze, ha portato a termine il più grande sbarramento del pianeta, “rilocando” oltre un milione e mezzo di persone. Al di là dei costi elevati, poco meno di due miliardi di dollari previsti, la necessità di requisire quasi 3mila ettari di terra per l’impianto e la linea di trasmissione dell’energia prodotta comporterà la devastazione di ampi tratti di foreste e di campi coltivati. La fauna e flora della zona, ancora in buona parte incontaminata, ne risentiranno in maniera profonda.

Un destino comune alle altre aree del Paese a rischio dighe. In questo caso, almeno 13mila persone perderanno le loro case, andando ad ingrossare il numero di sfollati causato in passato dal conflitto tra le forze governative e quelle maoiste. In un Paese di soli 26 milioni di abitanti, con un pil pro-capite annuo di 1.100 dollari, che in alcune aree si scende a soli 110 dollari, il proliferare dei mega sbarramenti non farebbe altro che esacerbare i tanti problemi della società nepalese.

 

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