TAP, la firma in Azerbaigian. C’è anche la Bonino

Emma Bonino, foto Copyright World Economic Forum / Photo by Youssef Meftah. CC-BY-SA-2.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0), Wikimedia Commons

[di Luca Manes]

A Baku, in Azerbaigian, sono in questi giorni presenti il nostro ministro degli Esteri Emma Bonino, il primo ministro greco Antonis Samaras, il ministro degli Esteri britannico William Hague,  e il Commissario europeo per l’Energia Günther Oettinger. La loro visita coincide con la cerimonia per firma del trattato sul Trans-Adriatic Pipeline ( TAP ), il gasdotto che dalla Grecia arriverà fino alle coste pugliesi. Questo è il primo viaggio di alto profilo in Azerbaigian da parte di politici europei dopo la rielezione a presidente di Ilham Aliyev, accolta con forti critiche da più parti a livello internazionale.

Il TAP è solo un tassello di un mega-progetto che prevede il passaggio di due trilioni di metri cubi di gas dall’Azerbaigian verso l’Europa. Le altri “componenti” sono il tratto che dal terminal di Sangachal, gestito dalla BP attraversa l’Azerbaigian e raggiunge la Georgia (la South Caucasus Pipeline Expansion), quindi il segmento che dalla Turchia arriva in Grecia (la Trans-Anatolian Pipeline) e infine il già citato TAP che si snoda nel territorio ellenico, albanese e italiano. Ogni segmento ha un nome diverso, ma in realtà sono tutti parte di un unico mega-gasdotto.

La firma del trattato farà sì che l’Europa diventi il consumatore primario di gas azero per almeno i prossimi 35 anni, mentre ci sono già segnali evidenti che la mastodontica infrastruttura continuerà a essere utilizzata anche dopo che i giacimenti azeri saranno esauriti.

Di recente, infatti, è stato annunciato che la Transcaspian Pipeline, che dovrebbe veicolare il gas sotto il Mar Caspio dal Turkmenistan verso l’Europa, rientra nella lista dei progetti europei energetici di interesse comune. Un insieme di opere che è destinata a ricevere 5,85 miliardi di euro di denaro pubblico.

Ilham Aliyev è diventato presidente dell’Azerbaigian nel 2003, dopo la morte di suo padre Heydar – che era stato al potere dal 1993. Quest’ultimo durante i suoi mandati aveva siglato quello che è stato denominato “il contratto del secolo”. Ovvero l’intesa che ha fatto sì che undici oil coporation, guidate dall’inglese BP, potessero estrarre le abbondanti riserve petrolifere conservate nelle viscere del Mar Caspio. Un contratto che ha garantito alla famiglia Aliyev ingenti ricchezze e importanti  alleati internazionali. Il tutto a scapito della democrazia. Con le scorte di petrolio in esaurimento – dal picco di 800mila barili al giorno nel 2009 si è passati agli attuali 660mila – gli Aliyev ora stanno puntando molto forte sul gas.

Intanto in Azerbaigian anche le più flebili voci di dissenso vengono stroncate sul nascere. Le ultime elezioni sono state bollate da più parti come una farsa. Tanto per fare alcuni esempi, il giorno prima dell’apertura delle urne una app telefonica del governo annunciava già i risultati e diversi video hanno dimostrato brogli palesi e marchiani. La missione di osservazione dell’Ufficio OSCE per le istituzioni democratiche e i diritti dell’uomo ha riscontrato diffuse irregolarità, certificando che tutto il processo elettorale era ben al di sotto degli standard internazionalmente riconosciuti.

Ma le violazioni non si sono limitate solo al giorno delle elezioni. Nei diciotto mesi che le hanno precedute le autorità azere hanno condotto ciò che Human Rights Watch ha definito “una deliberata strategia per limitare il dissenso”. Secondo il Human Rights Club di Baku, che ha condotto ampie ricerche, in quel periodo si contavano ben 142 prigionieri politici, due dei quali dovevano essere candidati presidenziali, poi la loro incarcerazione li ha costretti al ritiro. Le autorità dell’Azerbaigian, denuncia l’organizzazione, hanno usato false accuse per arrestare molti di questi prigionieri, tra cui il possesso di sostanze stupefacenti e di armi.

Prima della visita dei politici europei, diversi attivisti azeri hanno inscenato una protesta su Twitter chiedendo di non mettere anteporre gli interessi energetici rispetto ai diritti umani. In Italia e nel Regno Unito sono state presentate varie interrogazioni parlamentari. Ma i governi, tra cui il nostro, hanno deciso di tirare dritto. Poco importa se il TAP potrebbe devastare un tratto meraviglioso di costa pugliese e se la valutazione di impatto ambientale, come dimostrato in una recente audizione alla Camera cui ha partecipato anche Re:Common, sia del tutto “irricevibile”.

 

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