Sul clima la Banca mondiale predica bene e razzola male

Copertina "Turn Down the heat"
Copertina "Turn Down the heat"

[di Elena Gerebizza]

Down The Heat”, l’ultimo rapporto della Banca Mondiale uscito a pochi giorni dalla due settimane di negoziato multilaterale sul clima (UNFCCC, COP 18) iniziata oggi a Doha, ha fatto molto parlare di sé.

È il primo documento in cui anche la Banca prende atto di una tendenza in parte già denunciata dal mondo scientifico e dalle Nazioni Unite, ovvero che gli impegni finora presi dai governi rischiano di traghettarci verso un aumento della temperatura globale di almeno 4° entro la fine del secolo. E che questo porterebbe a conseguenze ambientali ma anche sociali di portata epocale, che metterebbero a rischio gli obiettivi di lotta alla povertà.

Se da un lato in molti vedono un segnale positivo nel fatto che a riconoscere il problema siano proprio gli economisti di Washington, dall’altro risulterebbe imbarazzante raffrontare il portfolio investimenti della Banca con i dati del rapporto appena pubblicato.

Certo, perché la World Bank continua a investire miliardi nei combustibili fossili. Per la precisione 2,38 miliardi di dollari nel solo 2011, secondo l’organizzazione non governativa statunitense Oil Change International. Oltre ovviamente ai diversi miliardi investiti nel settore attraverso intermediari finanziari, a cui la Banca destina più della metà dei finanziamenti diretti al settore privato.

D’altro canto è del lontano 2003 il rapporto dell’Extractive Industry Review (EIR), risultato di una consultazione multistakeholder, a cui hanno partecipato le multinazionali del petrolio come anche la Banca Mondiale, mondo accademico e rappresentanti della società civile, che sanciva l’impatto nefasto dell’industria estrattiva sull’ambiente e le comunità locali e raccomandava all’istituzione di smettere entro il 2008 i propri finanziamenti al settore in quanto incompatibili con la lotta alla povertà.

Un campanello di allarme a cui la Banca ha risposto continuando ad aumentare di anno in anno il sostegno alle multinazionali del petrolio, fino addirittura al ritorno al carbone dopo una breve messa al bando collegata proprio al rapporto dell’EIR.

Staremo a vedere se qualcosa sta effettivamente cambiando e se la Banca smetterà o meno di sostenere investimenti di questo tipo.

È invece certo che la Banca Mondiale rimane promotrice di un modello economico incentrato sulla crescita economica, che non tiene conto delle risorse limitate del pianeta. Nel suo preambolo al rapporto, il presidente Jim Yong Kim dichiara che la World Bank “raddoppierà gli sforzi nel sostenere la crescita verde inclusiva e lo sviluppo climate smart”, che dovrebbe cioè tenere conto del clima. Tutto ciò si evince nella nuova lettura del problema climatico offerta dal rapporto, che di fatto apre a una visione settoriale ma anche di mercato.

Non a caso, uno dei temi che verranno discussi a Doha è proprio quello dei meccanismi di mercato che dovrebbero inserirsi nel tanto atteso “accordo globale”. Oltre all’espansione del mercato dei crediti di carbonio, si discuterà della creazione di nuovi mercati del carbonio “settoriali” rivolti a creare certificati commerciabili legati alla promessa di una riduzione futura delle emissioni di interi settori dell’economia, a partire dall’agricoltura, ma anche dalla gestione dell’acqua, degli ecosistemi e della biodiversità.

Un mercato finanziarizzato dall’inizio, la cui espansione è voluta dal mondo della finanza alla ricerca di asset su cui investire per continuare a espandersi mentre istituzioni e governi fanno in modo che il costo complessivo di questa operazione ricada sulla collettività.

La Banca mondiale sembra candidarsi, nemmeno troppo timidamente, alla definizione di queste nuove merci, standardizzate e uniformate, su cui costruire degli schemi finanziari la cui gestione è poi lasciata ai mercati. Un occhio attento trova poco da rallegrarsi nel leggere un rapporto che legittima una visione del mondo che mette i mercati davanti a tutto, e che prepara la svendita globale delle risorse naturali desiderata dai mercati finanziari.

Una visione che nulla ha a che fare con il clima, la tutela dell’ambiente o il rispetto dei diritti delle comunità locali e che deve essere messa in discussione, fermando l’espansione dei mercati e impedendo che risorse pubbliche vengano messe al servizio di un sistema che ci sta traghettando verso il fondo del baratro.

È tempo di  gettare le basi per una transizione reale, oltre il petrolio e fuori da una visione solo di mercato. C’è da giurarci che non sarà la Banca mondiale a farlo.

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