
I Sioux di Standing Rock ieri hanno incassato una prima vittoria molto significativa nella loro lotta contro la realizzazione dell’oleodotto Dakota Access. L’opera, dal costo previsto di 3,7 miliardi di dollari, non potrà essere realizzata sotto un segmento del fiume Missouri e vicino a terre sacre ai nativi d’America. L’Army Corps of Engineers ha infatti dichiarato ufficialmente di non essere intenzionata a rilasciare i permessi necessari per l’inizio dei lavori. “Si cercherà un percorso alternativo e anche in quel caso si valuteranno gli eventuali impatti ambientali”, è la posizione dell’esercito comunicata da Jo-Ellen Darcy, la Assistant Secretary delle opere interne.
Dopo giorni di proteste pacifiche e durissima repressione portata avanti dalle forze dell’ordine, come testimoniano numerosi filmati scaricabili dalla rete (come https://www.youtube.com/watch?v=ycupu6z4gEE), si è finalmente giunti a un punto di svolta che riconosce le ragioni delle comunità dei nativi presenti sul territorio interessato dal passaggio della mega pipeline. Un serpentone di 1.700 chilometri che avrebbe dovuto trasportare fino in Illinois 400mila barili di petrolio ogni giorno dai campi petroliferi detti Bakken e Three Forks nel Nord Dakota.
Grande è stata la mobilitazione della società civile internazionale sul tema. La scorsa settimana più di 400 organizzazioni di oltre 50 paesi hanno scritto una lettera alle 17 banche chiamate a fornire finanziamenti per il progetto per un totale di 2,5 miliardi di dollari. Tra i destinatari della missiva anche Carlo Messina, l’amministratore delegato dell’istituto di credito italiano Banca Intesa-San Paolo.
Per leggere il testo della lettera (in inglese): http://us6.campaign-archive2.com/?u=ca4ff3016df790ab4c04c0ddd&id=71f5b66e4d&e=02d785df61