
[di Luca Manes] da Tunisi. pubblicato su nigrizia.it – 27 marzo 2013
A fronte di questi introiti in parte ridotti, il Malawi si deve accollare gli impatti ambientali delle attività estrattive. Impatti che, specialmente nel caso dell’uranio, sono devastanti. È il caso della miniera di Kayelekera, nel distretto settentrionale di Karonga. Negli ultimi mesi si sono registrate già varie proteste contro il progetto, che tuttavia continua ad andare avanti.
La società civile africana, però, non sta con le mani in mano. Lo scorso anno l’Economic Justice Network (EJN) ha riunito tutte le realtà continentali che si battono contro i sussidi e i “trucchi” fiscali permessi al settore minerario per creare una rete e formulare delle strategie comuni. Un passaggio fondamentale per capire nella sua interezza la complessa struttura della mining economy. Michelle Pressend dell’EJN è convinta che solo così si possa mettere un limite all’impunità delle corporation, facendo allo stesso tempo pressione sui troppo compiacenti governi locali. Michelle è sudafricana e non si può esimere dal ricordare i tanti problemi che il comparto minerario sta vivendo nel suo Paese.
Ancora fresco è il ricordo della strage della miniera di platino di Marikana accaduta lo scorso agosto, quando le forze di polizia uccisero 34 minatori in sciopero contro le pessime condizioni lavorative. “C’è bisogno di ripensare radicalmente il concetto di gestione delle risorse naturali, ma nel frattempo le società che operano in territorio africano devono pagare la giusta porzione di tasse e non devono spostare impunemente capitali nei paradisi fiscali” ha spiegato la Pressend, che ha chiuso il suo intervento con una forte critica alla responsabilità sociale d’impresa, “solo un altro modo per eludere i veri problemi presenti sul campo”