Quando la compensazione delle emissioni è un grande imbroglio

Uganda. Il cantiere dell’hotel in costruzione recintato dal filo spinato. Foto Re:Common

[di Alessandro Runci] pubblicato su Lastampa.it

Compensare gli impatti ambientali di una diga sul Nilo trasformando una foresta in un hotel? Sembra assurdo, ma tutto è possibile nell’era della green economy, specialmente quando si ha a che fare con progetti di compensazione della biodiversità

Sebbene il nome possa suggerirlo, la compensazione della biodiversità (dall’inglese biodiversity offsetting) è uno strumento che c’entra ben poco con la protezione della natura. Al contrario, lo scopo principale di questo meccanismo è permettere alle grandi multinazionali di operare persino all’interno di riserve naturali, parchi nazionali e altre aree protette per via della ricchissima biodiversità che ospitano. In cambio, l’impresa non deve far altro che trovare un’altra area da proteggere a compensazione di quella che distruggerà, secondo la logica che vede la natura come qualcosa di intercambiabile e, soprattutto, assoggettabile a meccanismi di mercato. 

Se il principio alla base di questo strumento è già di per sé assurdo, alcuni di questi progetti di compensazione effettivamente implementati assumono tratti che hanno dell’incredibile, seppure drammaticamente reali ed impattanti. 

È certamente questo il caso del programma di biodiversity offsetting in Uganda al centro di una recente inchiesta dell’associazione Re:Common. Promosso dalla Banca Mondiale e dal governo Ugandese come un progetto di compensazione collegato alla costruzione di una diga sul Nilo, il Kalagala Offset si è rivelato una vera e propria truffa ai danni della natura e delle comunità

La diga in questione è quella di Bujagali, poco distante dal Lago Vittoria, finita di costruire nel 2012 dall’italiana Salini con i soldi della Banca Mondiale ed altre istituzioni finanziarie, tra cui anche la Banca Europea per gli Investimenti. La diga ha causato la scomparsa delle Cascate di Bujagali, sommerse dal bacino di inondazione, e di un’area ecologica di immensa ricchezza. Più di 3mila famiglie sono state impattate, a causa della distruzione del territorio dove praticavano la pesca e l’agricoltura. 

Nel tentativo di salvare la faccia e difendersi dalle critiche da parte di gruppi ambientalisti e non solo, la Banca Mondiale ha convinto il governo locale a stipulare un accordo per la realizzazione di un progetto di compensazione della biodiversità nell’area di un’altra cascata, quella di Kalagala, venti chilometri a nord di Bujagali. “Le cascate di Kalagala e tutta l’area circostante saranno conservate in perpetuo a compensazione della perdita delle Cascate di Bujagali” recita l’accordo. 

Ma tra il dire e il fare, ci sono di mezzo gli interessi economici…

L’inchiesta di Re:Common ha svelato come, attraverso questo progetto di compensazione, l’area di Kalagala sia stata trasformata in un vero e proprio centro per il turismo di lusso, a discapito delle comunità locali e del loro accesso alla terra. La prima impresa a beneficiare di questo inatteso sviluppo è stata le neozelandese Adrift, al tempo una piccola società specializzata nel turismo d’avventura. Durante la costruzione della diga di Bujagali, Adrift lamentava gli impatti che il progetto avrebbe avuto sul loro business, che consisteva nell’organizzare rafting sul Nilo nei pressi della cascata. Il governo Ugandese, appoggiato dalla Banca Mondiale, decise allora di consegnare ad Adrift le chiavi di Kalagala, ovvero dell’area di “compensazione”. In poco tempo, la società neozelandese ottenne una licenza per la costruzione di un Lodge esclusivo che sorge su un isola sul Nilo, distante poche decine di metri dal villaggio di Kalagala. 

Una vera manna per l’impresa, ma non per le comunità locali, alle quali è stato proibito di accedere all’isola. Ovvero al luogo dove coltivavano e pescavano, e da cui dipendevano per la propria sussistenza. 

Un membro della comunità, che preferisce restare anonimo, ci ha raccontato che “le guardie dell’hotel ci hanno intimato di non tornare più sull’isola perché hanno paura che possiamo rubare qualcosa dall’hotel o che la nostra presenza possa spaventare i turisti.”  

Come se non bastasse, di recente Adrift a Kalagala ha ottenuto una nuova licenza per realizzare un secondo hotel, che verrà inaugurato quest’estate. La struttura, che disporrà di più di 100 stanze, due piscine e una spa, sorge all’interno della Foresta di Kalagala, la quale è attualmente interamente recintata con il filo spinato per via dei lavori di costruzione. 

Ancora una volta, le comunità locali sono state espropriate della terra per far spazio al turismo. “In passato sull’isola io coltivavo, ma poi mi hanno cacciato da lì” ci ha spiegato una vedova, madre di otto figli, “così mi sono spostata nella Foresta di Kalagala, ma anche qui le autorità ci hanno proibito di coltivare. Ora non ho più alcuna terra da lavorare e non riesco più a provvedere al mantenimento della mia famiglia.”

In sostanza, un progetto che avrebbe dovuto compensare la distruzione di biodiversità è servito a trasformare delle riserve naturali in hotel per turisti, causando l’insicurezza alimentare delle famiglie locali

Ma non c’è proprio limite al peggio. Infatti, sebbene l’obiettivo del progetto fosse quello di conservare l’area di Kalagala “in perpetuo”, il governo Ugandese ha da poco inaugurato l’ennesima diga, quella di Isimba, situata a soli 15 chilometri dalle Cascate di Kalagala, il cui bacino inonderà buona parte dell’area che sarebbe dovuta essere stata protetta dal progetto di compensazione.  Poiché la costruzione della diga di Isimba rappresenta una chiara violazione da parte del governo ugandese dell’accordo firmato con la Banca Mondiale, che proibiva esplicitamente la costruzione di opere che avrebbero danneggiato la biodiversità nell’area di Kalagala, moltissimi esponenti della società civile del Paese africano e internazionale hanno incalzato la World Bank affinché facesse pressione sul governo ed evitasse la distruzione di un’altra area ecologicamente preziosa

Incurante di questo, i banchieri di Washington hanno invece concordato assieme all’esecutivo di Kampala la modifica dell’area originariamente inclusa nel progetto di compensazione, così da “far rientrare” la costruzione della nuova diga. In pratica, è stato istituito un nuovo progetto per compensare la distruzione del precedente progetto di compensazione.

Sembra di assistere a un teatro dell’assurdo, ma questo caso riflette coerentemente il reale obiettivo della green economy: trasformare le leggi in materia ambientale e climatica in meccanismi di mercato, così che tutto sia lecito per i distruttori della natura

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