
[di Elena Gerebizza]
Lo scorso marzo, due delle più grandi multinazionali che operano nello stato nigeriano di Bayelsa, nella regione del Delta del Niger hanno annunciato di essere state costrette a sospendere le operazioni a causa dei continui attacchi da parte di gruppi criminali locali attivi nel bunkering, ovvero sabotaggi agli oleodotti e furti di greggio. Le multinazionali in questione sono l’anglo-olandese Shell, e l’italiana Eni.
Nel caso dell’Eni, la “Swamp Area” a cui fa riferimento l’azienda sembrerebbe essere quella nella zona del terminal di esportazione di Brass, nel governo locale di Southern Ijaw. A distanza di pochi giorni, un’altra notizia in parte contrastante, viene diffusa dall’agenzia Bloomberg News, e ripresa da numerose testate.
In maggio la Nigeria aumenterà le proprie esportazioni da 66 a 76 navi, passando da 60 a 65 milioni di barili tra aprile e maggio, ovvero da 2 a 2,1 milioni di barili di greggio al giorno. I dati riguarderebbero i dati di carico complessivi del paese, e includerebbero diversi carichi attesi per aprile e posticipati a maggio, inclusi tre cargo da Bonny e due da Brass. Il che fa pensare che l’annunciata sospensione potrebbe essere solo temporanea, e forse legata anche a decisioni strategico-commerciali sul trading del petrolio, per cui imbarcare un certo tipo di petrolio in una data piuttosto che in un’altra può far guadagnare (o perdere) milioni di euro agli operatori finanziari che speculano sul prezzo del greggio.
O ancora per spostare l’attenzione dai danni ambientali causati quotidianamente da sversamenti e mala gestione dalle multinazionali nelle comunità del Delta. E’ di questi stessi giorni la denuncia dell’organizzazione nigeriana ambientalista Environmental Rights Action (ERA) di diverse fuoriuscite di petrolio nei pressi della comunità di Ikarama, nello stato di Bayelsa, non riconducibili ad attività di bunkering, ma piuttosto a negligenza da parte della NAOC, sussidiaria locale dell’Eni.
Secondo la legge nigeriana, in caso di fuoriuscite di petrolio, i rilievi devono essere effettuati da commissioni composte da rappresentanti dell’azienda petrolifera responsabile, del governo e delle comunità locali danneggiate dall’incidente, che invece rimangono spesso escluse. Nei casi recenti, i rappresentanti locali dell’azienda avrebbero dichiarato a ERA che la causa dell’incidente era riconducibile a terzi e non all’azienda. Tra le comunità locali è molta la preoccupazione per il potenziale utilizzo da parte dell’azienda di diluenti chimici per disperdere il petrolio sversato, anziché procedere alla bonifica, operazione che avrebbe causato un ulteriore danno a comunità che dipendono dalla pesca e dall’agricoltura.
Secondo il direttore di ERA Godwin Ojo, “la chiusura delle stazioni di Ogboinbiri e di Ondewari/Okpotuwari sembra temporanea e orientata a passare la responsabilità delle perdite sulle comunità locali, distogliendo l’attenzione dal furto organizzato di petrolio che ogni giorno danneggia lo stato nigeriano e dalla violenza in aumento che affligge le comunità”. Secondo stime non ufficiali, le esportazioni di greggio giornaliere dalla Nigeria potrebbero raggiungere i 4 milioni di barili se venisse contato anche il petrolio estratto fuori dal controllo dello Stato e rivenduto sul mercato nero. Secondo il governo nigeriano sarebbero oltre due mila i siti nel Delta del Niger che necessitano di essere bonificati.