Pre-Cop di Milano – La cruda verità di avere un governo fossile

Sembra proprio che nella sua visita a Milano in occasione della pre-COP sul clima Greta Thunberg abbia urtato la sensibilità del governo Draghi. Prima il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha cercato di convincerla che la pensano allo stesso modo, fallendo, e quasi entrando in competizione con l’attivista climatica svedese. Poi il presidente del Consiglio Mario Draghi in persona ha risposto alle critiche di Greta che dai governi si sente solo un bla bla bla senza azioni vere per far fronte all’incombente crisi climatica.

Il premier italiano ha sottolineato che i leader dei governi sono pronti ad agire, ma servono ancora molte parole per creare una coscienza più ampia e un consenso che poi sostenga le azioni più radicali. E quindi quello dei governi non sarebbe un inutile, se non malfidato, bla bla bla.

Si potrebbe obiettare che è troppo semplice aggrapparsi alla scusa dei costi della transizione fuori dal fossile o della sua presunta difficile accettazione sociale per poi non agire quando si dovrebbe. Non proprio una postura da statista, potremmo aggiungere, il quale è tale se ha anche il coraggio di fare scelte impopolari. O presunte tali in questo caso, poiché non è detto che la gran parte delle persone necessariamente non si curi del problema o rifiuti il cambiamento. Ancora una volta, siamo costretti ad assistere al teatrino per cui le élite hanno posizioni più avanzate dei cittadini, quando al contrario ci sottraggono il futuro un barile alla volta, un euro alla volta.

Manifestazione alla Pre-Cop di Milano, 1 ottobre 2021. Foto ReCommon

Tuttavia il super-tecnocrate ammirato e temuto da un po’ tutti a livello nazionale ed europeo non ha sempre avuto tali “titubanze democratiche”. Quando sedeva al vertice della Banca Centrale Europea e cambiò la politica monetaria per salvare le banche e le imprese o consigliò l’austerità a diversi governi europei non si pose il problema di convincere la popolazione della bontà di quelle politiche – per altro avversate dai più. Non ebbe questo scrupolo nemmeno quando guidò la stagione delle privatizzazioni italiane negli anni ‘90. Ma oggi, quando si tratta di cambiare le politiche energetiche e industriali  in maniera radicale pur di affrontare con incisività il problema dei cambiamenti climatici, Draghi sembra quasi chiedere che siano prima Greta e i suoi “accoliti” ad aiutare i governi a creare un solido consenso internazionale e nei popoli. Solo allora i governi agiranno davvero.

A ragione, i giovani attivisti climatici hanno chiesto agli esecutivi globali di chiudere l’industria dei combustibili fossili entro il 2030, senza scuse. Difficilmente Draghi e gli altri leader lo faranno. Anche il prossimo summit sul clima di Glasgow, la COP26, potrebbe finire con un bicchiere più vuoto che pieno. Ma il dibattito con il governo avvenuto alla Pre-Cop nasconde un’altra verità molto più scomoda, di cui gran parte dei media italiani, addomesticati dai giganti dell’industria fossile nostrana, non dicono, fatte salve delle poche eccezioni.

Se guardiamo ai fatti, questo governo di amplissime intese è probabilmente uno dei più petrolieri della storia repubblicana, in barba a ogni transizione fuori dal fossile. In pochi mesi dal suo insediamento ha infatti autorizzato una serie di nuove infrastrutture fossili ferme da tempo: le trivelle nel nord Adriatico ed in Sicilia, la dorsale adriatica del gas, la proroga delle concessioni per il gasdotto Poseidon a Otranto, la recentissima conversione della centrale di Monfalcone da carbone a gas e così via. Non abbiamo ancora ascoltato da questo governo una qualsiasi decisione di cancellare uno dei numerosi progetti fossili pendenti. Per non parlare del famigerato Recovery Plan dove il governo è stato ben attento a non scontentare Eni, Snam e Enel, la triade che detta di fatto la politica energetica e non solo di ogni esecutivo nostrano.

E sempre sul fronte dei soldi pubblici, Draghi&Co sono ben restii a mettere mano ai meccanismi di finanza pubblica e allinearli con gli impegni sul clima. Prendiamo la Sace, uno dei principali meccanismi di sostegno alle imprese italiane in Italia e nel mondo. Solo nelle ultime settimane questa agenzia ha approvato garanzie pubbliche per i finanziamenti del devastante progetto di gas naturale liquefatto nell’Artico – Arctic LNG 2 – ed il sostegno a società per lo sfruttamento di nuovo petrolio nelle acque profonde antistanti il Brasile. Nel mentre, è in fase di valutazione preliminare la possibilità di apporre una garanzia pubblica per l’oleodotto EACOP, una maledizione per l’ambiente e le persone tra Uganda e Tanzania. Gli appelli alla comunità internazionale sul clima lanciati da Draghi, che il premier muove in vista del vertice del G20 che presiederà a Roma a fine ottobre, lasciano molto amaro in bocca perché sembrano proprio un bla bla bla a cui non seguono i fatti. Purtroppo non si può dire, perché nessuno può contraddire “Super Mario”.

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