Perché il gas fossile è nemico del clima e della giusta transizione

Estrarre gas fossile “è meglio” che estrarre petrolio?

Lo dice l’industria estrattiva, ma anche le lobby del settore. Lo dicono alcuni scienziati e media che guardano ai cambiamenti climatici come a una semplice questione di molecole di carbonio in atmosfera. Lo dice anche una politica che amplifica le richieste delle grandi corporations, con l’oramai noto refrain: il gas è meno inquinante del petrolio e del carbone, è il combustibile fossile su cui dobbiamo fare affidamento nella transizione a un’economia a basse emissioni!

Facciamo attenzione però, questa affermazione si fonda su molti, troppi non detti, e su una intenzionale visione iper-ristretta della realtà.

Forse ridurre le emissioni è solo una parte del problema.

Nigeria, Repubblica del Congo, Azerbaigian, Turkmenistan, Perù, Messico, Indonesia. Potremmo continuare e continuare ancora, con un elenco lungo di paesi segnati dalle estrazioni di idrocarburi – petrolio e gas fossile – da decenni. Una maledizione sistemica, non solo per l’inquinamento, la violenza, le violazioni dei diritti delle popolazioni locali e della natura, ma anche per quegli “effetti secondari” – in realtà sistemici – che comprendono l’abuso di potere, la corruzione, il malaffare, la cattura dello stato che caratterizzano il modello estrattivista.

Ovvero quel modello radicato e fondato nei combustibili fossili, di cui il gas appunto fa parte.

Costruzione del gasdotto TAP in Grecia, ottobre 2016. Foto Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon

Potremmo continuare aggiungendo i nomi dei paesi che si apprestano a sfruttare giacimenti di gas giganti, situati in acque profonde, o in zone del pianeta finora non raggiungibili come l’Artico, o zone remote dell’Amazzonia aperte da poco all’estrazione di combustibili fossili. Tra questi Mozambico, Cipro, Egitto, Israele, ma anche Brasile, Ecuador, Sudafrica e purtroppo molti altri. Si perché nonostante i cambiamenti climatici, e nonostante l’immagine “green” che grandi corporations come Eni, Shell, Total offrono di sé, l’estrazione di petrolio e gas non si è fermata, e miliardi di euro – anche in finanziamenti pubblici – vengono spesi per permettere l’estrazione di nuovi giacimenti, e per costruire le infrastrutture che servono a trasportare e processare il gas estratto sul mercato europeo.

Per tutti questi paesi, è impossibile immaginare una transizione giusta che metta da parte una volta per tutte l’economia delle fossili: al contrario, la loro dipendenza dalle fossili almeno per i prossimi cinquant’anni si incarnata negli investimenti che oggi si stanno definendo.

Da questa prospettiva, passare dal petrolio al gas non risolve molto, anzi. Il modello rimane lo stesso, la dipendenza dalle fossili e le sue conseguenze sistemiche anche.

In ogni caso passando al gas si riducono le emissioni, giusto?

Purtroppo no. Chi lo dice guarda attraverso una lente molto focalizzata esclusivamente alle particelle emesse dalla combustione di petrolio, carbone e gas. In realtà, guardare al ciclo completo significa tenere conto delle emissioni – inquinanti e climalteranti – collegate al gas dalla sua estrazione, processazione, trasporto, liquefazione e rigassificazione, ulteriore trasporto fino al consumo finale. Gli studi più recenti che guardano al ciclo completo del gas, dimostrano che l’impatto climalterante del gas è molto più alto di quello che l’industria dichiara. Lo ha detto l’Agenzia internazionale per l’energia, incentivando a uscire rapidamente dall’economia delle fossili. È stato dimostrato dalle riprese satellitari dell’Agenzia spaziale europea (ESA), che ha monitorato le perdite di metano di diversi gasdotti di lunga percorrenza, tra cui il caso clamoroso del gasdotto Yamal che trasporta gas dalla Siberia verso l’Europa. Complessivamente le immagini satellitari hanno registrato 13 perdite nel solo gasdotto Yamal nel 2019-20, con fuoriuscite di metano fino a 164 tonnellate l’ora. E questo come conseguenza non di incidenti, ma di semplici operazioni di manutenzione. La perdita più grande registrata nel gasdotto Yamal, di circa 93 tonnellate all’ora, corrisponde alla CO2 equivalente emessa da 15.000 automobili negli Stati Uniti.

E la scienza cosa dice?

Un punto su cui la comunità scientifica si è confrontata negli ultimi anni riguarda il calcolo della “CO2 equivalente”, ovvero la misura dell’impatto sul riscaldamento globale di una certa quantità di gas serra – in questo caso il metano – rispetto alla stessa quantità di anidride carbonica. L’Unione europea nel definire la cosiddetta “legge sul clima” al momento in discussione, sceglie di fare riferimento alle raccomandazioni contenute nell’ultimo rapporto del Panel internazionale per i cambiamenti climatici (IPCC). Ma quale sarà l’arco temporale di riferimento per definire gli obblighi di riduzione del famigerato metano?

Proprio il primo IPCC report ha introdotto il Global Warming Potential (GWP) per avere un metro “uniforme” di riferimento a livello globale. L’UNFCCC e il protocollo di Kyoto adottarono un arco temporale di 100 anni (GWP100), e ancora oggi è questo l’arco temporale di riferimento standard per calcolare l’effetto climalterante dei diversi gas serra, e definire gli obblighi di riduzione. Tuttavia il quinto rapporto IPCC precisa che “la scelta della metrica e dell’orizzonte temporale dipende dal tipo di applicazione e dai fattori politici, sociali, economici, culturali che influenzano un determinato processo politico. Non esiste quindi una metrica ottimale per raggiungere qualsiasi obiettivo politico”. Nel Box 3.2 | Greenhouse Gas Metrics and Mitigation Pathways, leggiamo quindi che con un arco temporale di cento anni nel calcolo della CO2 equivalente, l’impatto del metano sui cambiamenti climatici è 28 volte quello della CO2. Ma con una metrica diversa, e un GWP 20, ovvero un arco temporale di 20 anni, l’impatto del metano è 84 volte quello della CO2.

Vediamo quindi che la scienza e la politica interagiscono, e che optare per utilizzare una certa metrica e un certo arco temporale può portare ad esempio a sottovalutare l’effetto climaterante delle emissioni di metano, e conseguentemente le misure da adottare.

Ma il metano non viene emesso solo dall’industria fossile!

Chiaramente le fonti di emissioni di metano sono varie – dagli allevamenti intensivi, nel mirino oramai da anni e non solo per le emissioni che generano, fino a fenomeni naturali – tuttavia è stato dimostrato che il principale responsabile dell’aumento delle emissioni di metano in atmosfera nell’ultimo decennio è il settore estrattivo. Ne ha parlato il prof Howarth della Cornell University in uno studio del 2019 secondo cui oltre il 60% dell’aumento delle emissioni di metano in atmosfera registrato tra il 2005 e il 2015 è stato generato dall’industria del gas fossile.

Uno studio più recente, questa volta coordinato tra la Cornell e la Stantford University e pubblicato sulla rivista “Energy science & engineering” si spinge oltre e guarda all’impatto climatico del passaggio dal gas all’idrogeno, proposto dall’industria – e dalle istituzioni – come strada per ridurre le emissioni dell’industria fossile. Dall’analisi di una mole significativa di dati, lo studio dimostra che questo passaggio non porterebbe ad alcuna decarbonizzazione, al contrario: per produrre la stessa quantità di energia tramite idrogeno grigio o blu si consumano più combustibili fossili di quando si farebbe utilizzando gli stessi. “Dal punto di vista dell’industria, la transizione da gas a idrogeno blu è economicamente conveniente in quanto è necessario ancora più gas naturale per produrre la stessa quantità di calore”. Attenzione quindi, segnalano gli autori, perché scegliere la strada dell’idrogeno fossile (con o senza la presunta cattura di CO2) rischia di essere un’enorme distrazione, e di portarci a sbattere contro lo stesso muro del carbone e del gas.

Ma non possiamo uscire dall’economia delle fossili da un giorno all’altro!

Certo che no. Ma da ben oltre un decennio avremmo dovuto iniziare la transizione dai combustibili fossili, e invece siamo ancora qui, con un governo tra i più accomodati sull’agenda della finanza e delle grandi aziende, e un Ministro per la Transizione ecologica che ripropone il gas fossile come soluzione. Intanto Eni, Snam, Enel, A2A, Edison, Italgas, SGI si fregano le mani e incassano sussidi e benefici più o meno occulti, influenzando le scelte sul sistema energetico italiano con il loro accesso privilegiato alle diverse assise in cui si discute di energia, transizione ecologia, e ripresa dalla crisi.

E così, in barba all’emergenza climatica, in Italia il 57% dell’energia elettrica è ancora prodotta da fonti fossili, con il gas passato dal 40% del 2015 al 46% attuale. Con la chiusura delle centrali a carbone prevista al 2025, il gestore della rete Terna ha raccomandato l’installazione di circa 5.4 GW di nuove centrali a gas per riserva. Le utility elettriche italiane, in primis Enel, si stanno prontamente muovendo in tal senso, addirittura pianificando le nuove centrali negli stessi siti di quelle a carbone. Ma non si accontentano di 5 GW: hanno già proposto progetti di nuove centrali a gas per ben 14 GW con la speranza di usufruire dei lauti sussidi del capacity market/ “mercato di capacità”, come spiegato nel rapporto pubblicato da ReCommon lo scorso maggio. A 5,8 GW sono già stati attribuiti i nuovi sussidi e dovrebbero andare in funzione nel 2023, mentre a noi viene raccontato dal Ministro Cingolani che gli aumenti in bolletta sono “il costo della transizione”.

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Il gas serve per la transizione – o serve a ritardarla?

Come se non bastasse, l’ossessione per le fossili del Sistema Italia ha fatto si che negli anni venissero costruite talmente tante centrali a gas (oltre a quelle a carbone, sic!) da farci ritrovare oggi con un fardello di “asset” fossili ben superiore ai bisogni reali del paese. E con un governo – e un gestore della rete – che consigliano di costruirne ancora. Il paradosso del gas, potremmo chiamarlo: solo la Spagna si trova in una situazione più paradossale della nostra, per altro con le bollette di elettricità e gas più care d’Europa. Secondo il recente rapporto di CREA – Centre for Research on Energy and Clean Air – sul fabbisogno energetico dei paesi europei, ben nove tra questi, tra cui l’Italia, potrebbero da subito chiudere centrali a combustibili fossili per un totale di 48,8 GW di potenza installata senza mettere a rischio le forniture di elettricità per famiglie ed imprese. Secondo CREA, anche considerando un legittimo margine di riserva del 15% per garantire la sicurezza delle forniture, in Italia avremmo un eccesso di 8,7 GW di centrali fossili per soddisfare il picco della domanda. Si tratta principalmente delle centrali a carbone che dovrebbero chiudere al 2025, e delle centrali che ancora funzionano a olio combustibile. In altre parole, l’Italia potrebbe uscire dal carbone senza bisogno di installare nuova capacità di generazione a gas, e avviando in parallelo il passaggio a un modello energetico decentralizzato e su piccola scala, passando alle rinnovabili.

I sussidi non vanno solo alle centrali a gas: il nostro governo ha dato l’ok alla costruzione di diversi nuovi gasdotti, rigassificatori, depositi di gas negli ultimi anni. Tra i più grandi, il gasdotto TAP, circa 870 km, tratta finale di un mega gasdotto di oltre 4000 km dall’Azerbaigian all’Italia. Il costo dell’infrastruttura, divenuta operativa quest’anno, è stato in buona parte finanziato o garantito con finanziamenti pubblici – della Banca europea degli investimenti, e dell’agenzia di credito all’esportazione italiana, la Sace. Ma non basta: appena insediato, il ministro Cingolani ha rinnovato i permessi per un altro mega gasdotto, il Poseidon, ovvero la tratta finale del gasdotto Eastmed che collegherebbe i giacimenti di Israele e Cipro con l’Italia. E poi ci sono i progetti di Snam, ben accolti da Cingolani, per portare il gas in Sardegna, che prevedono oltre a migliaia di km di gasdotti interni, anche due rigassificatori a Porto Torres e a Porto Scuso. Nonostante le valutazioni di cui sopra, una valutazione costi-benefici negativa, e un potenziale di autonomia energetica con le rinnovabili diffuse e su piccola scala da prima della classe.

Costruzione del terminal LNG a Krk, Croazia, gennaio 2020. Foto Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon

Con i nuovi gasdotti e terminal LNG, pagheremo di meno il gas!

Ma come no! E chi ci crede oramai? Le carte sono scoperte, il re è Nudo, e la scelta di costruire nuovi gasdotti e centrali a gas è molto più caro di quello che ci era stato detto.

Inoltre, il prezzo del gas viene stabilito secondo regole di mercato: in Europa, la costruzione di un mercato del gas iniziata più o meno nei primi anni Duemila è arrivata circa all’80%. Parliamo di un mercato “fisico” fatto di centrali di compressione e spinta, di gasdotti di lunga percorrenza – buona parte dei quali è controllata da Snam – di depositi e di reti di distribuzione territoriali. Ma anche e soprattutto di un mercato finanziario, ovvero quello della “commodity”, il gas in quanto prodotto che si compra e si vende sui mercati, con prodotti finanziari collegati al suo prezzo futuro, che vengono comprati e venduti anche solo a fini speculativi, o come garanzia su altri investimenti finanziari. Un mercato insomma che segue le sue regole, in cui i governi possono intervenire, ma che espone i consumatori finali al rischio di impennate nei prezzi che mettono a rischio la sicurezza energetica delle famiglie più povere, mentre il governo esita a mettere le mani sui profitti delle aziende del settore, come abbiamo visto nelle ultime settimane.

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