Offshore leaks: e poi?

[di Antonio Tricarico]
È stato senza dubbio un lavoro investigativo paziente e formidabile, quello dell’International consortium of investigative journalists. Per preparare i loro dossier si sono spulciati due milioni e mezzo di file che coprono operazioni eseguite negli ultimi 30 anni nei paradisi fiscali, con connessioni in ben 170 Stati.

Ma mentre i media dei singoli Paesi espongono casi egregi che riguardano pochi cittadini benestanti – in Italia anche commercialisti del giro dell’ex ministro Giulio Tremonti – sembra che la bufera sia già passata. Questa volta, a differenza del caso Wikileaks di Julian Assange, i tanti giornalisti coinvolti non rischiano nulla. Ma come con i cable del governo Usa rivelati tempo fa, viene da chiedersi dove sia in realtà la novità, oltre a quella di vedere alcuni nomi e cognomi in bella mostra.

Così come le strategie machiavelliche del Pentagono nel loro approccio generale erano ben conosciute a tanti, l’abuso sistematico dei paradisi fiscali, bancari e societari nell’economia globale è noto anche ai più disinformati cittadini. Va detto che la gran parte delle operazioni ricostruite da offshore leaks rispetta le leggi vigenti, nei paradisi fiscali e a livello internazionale. Le organizzazioni della società civile, quale l’autorevole Tax Justice Network, denunciano da anni questo cancro che divora ogni giorno una larga fetta dell’economia mondiale.

Numerosi magistrati, inclusa l’unità sul crimine finanziario della procura di Milano, sono all’avanguardia nel capire come i traffici finanziari operino tramite i paradisi fiscali. Eppure nulla si muove, e probabilmente ben poco accadrà anche all’indomani dell’ennesimo scandalo. Ma perché?

Se l’economia mondiale arranca un po’ ovunque dovrebbe essere nell’interesse comune, incluso quello di alcuni governanti in difficoltà, muoversi per arginare l’espansione del cancro. Come insegnano però i recenti scandali per evasione fiscale tramite i paradisi che affliggono il governo Hollande in Francia, a beneficiare di questo meccanismo sono anche i politici. Ma non basterebbe. Qualsiasi impresa multinazionale di rilievo opera attraverso queste giurisdizioni segrete per ripulire i bilanci – si pensi per esempio alle major petrolifere in Olanda – o per fare qualche extra profitto finanziario falsificando l’imponibile fiscale nei paesi dove operano. La stessa Ocse ha certificato recentemente la questione.

Perché il business non può operare altrimenti evitando di barare in questo modo? Sono la globalizzazione finanziaria e la logica perenne dell’extra profitto che lo richiedono. Lo stesso modello di globalizzazione che i governi di mezzo mondo, vecchie e nuove potenze, hanno abbracciato da anni in maniera acritica. Si pensi alle migliaia di ricchi cinesi che operano tramite Singapore e altri paradisi. Eppure curare questo cancro sarebbe possibile, anche in breve tempo. Per iniziare, basterebbe imporre l’obbligo per i gruppi multinazionali di pubblicare bilanci dettagliati paese per paese, così da svelare le magagne su come sono generati i profitti. Oggi sono sufficienti i bilanci consolidati. Una richiesta per le banche “globali” da poco inclusa nella nuova legislazione Usa e che si chiede a gran voce pure al Parlamento europeo. Anche il governo inglese dice di voler far qualcosa sul tema al prossimo G8 di giugno in Irlanda del Nord.

Ma l’esperienza del G20 del 2009 proprio a Londra ci dimostra che le chiacchiere rimangono a zero quando poi bisogna passare all’azione. Serve una vera volontà politica che gli esecutivi, espressione di norma di pochi potentati economici, tendono ancora a non avere. Senza indignazione popolare, inclusi i pochi imprenditori che le tasse le pagano, il cancro ci ucciderà, è solo questione di tempo. Nel marzo 2009 un gruppo di attivisti, tra cui eseponenti di Re:Common (allora CRBM), si recò di persona a Jersey per manifestare nelle strade dell’isola il suo sdegno. A quando un’Occupy offshore organizzata? Parafrasando quanto dichiarato in un’assemblea degli azionisti Enel dall’amministratore delegato Fulvio Conti perché incalzato sull’uso dei paradisi da parte del gigante elettrico tricolore – ancora per il 30% in mano pubblica! – in fondo in fondo i paradisi sono anche bei posti da visitare o in cui viverci.

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