O Bei O Bei!

La sede della Bei a Lussemburgo
La sede della Bei a Lussemburgo

[di Antonio Tricarico]

Le origini dell’espressione “Obej Obej” (ossia “ o belli! o belli!”), legata alla fiera che segna ogni 7 dicembre la ricorrenza della festa di Sant’Ambrogio, protettore di Milano, risalgono addirittura a cinque secoli fa.

A quei tempi l’ingresso in città di Giannetto Castiglione era appunto salutato con esclamazioni dialettali di gioia dei bambini milanesi, che accettavano di buon grado i doni dell’inviato papale, spedito in città nel tentativo di riaccendere la devozione e la fede verso i Santi da parte dei cittadini ambrosiani.

La crisi economica degli ultimi anni ha portato alla ribalta delle cronache la Banca europea per gli investimenti (cui ci si riferisce con l’acronimo “Bei”), una colossale banca pubblica posseduta dai 27 paesi membri dell’Ue e sconosciuta ai più.

In questi tempi bui, decisori politici, esecutivi, gruppi economici e commentatori si sono ricordati che una delle più grandi banche pubbliche al mondo risiede nel Vecchio Continente ed è in mani pubbliche. Non deve allora stupire il rinato slancio nella “fede europea” dei nostri governanti, in particolare verso i vertici della Banca. Un entusiasmo che ricorda quello dei bambini meneghini nel lontano 1510.

Per dirla tutta, la Bei si finanzia quasi interamente sui mercati finanziari privati, potendo contare sulla garanzia sovrana di tutti i 27 paesi europei. Un meccanismo simil “eurobond”, strumento tanto invocato in questo periodo di vacche magre, che ha il fine di racimolare decine di miliardi di euro ogni anno a basso tasso d’interesse.

Risorse che però sono veicolate verso investimenti di lungo termine, non per coprire le esigenze della spesa corrente o il deficit, specialmente in tempi di crisi. Insomma, una gallina dalle uova d’oro per i governi che vogliono investire massicciamente in maniera anti-ciclica e facilitare il credito per investimenti a scadenza prolungata.

In pochi hanno notato che, dopo la pausa natalizia, i governi europei hanno deciso di innalzare il capitale sociale della Bei proprio per permettere di aumentare i prestiti dentro l’Ue e far ripartire l’economia in stallo. Dieci miliardi in più di capitalizzazione (con soldi impegnati, ma non versati veramente) permetteranno di raggranellare sui mercati finanziari ben 60 miliardi in più nel triennio 2013-2015, che si vanno ad aggiungere ai 70 e passa miliardi di euro già prestati ogni anno dalla Bei.

Tanto denaro da garantire a investimenti con finalità pubbliche, o almeno si spera. Le aree prioritarie scelte sono quattro: innovazione, piccole e medie imprese, energia pulita ed infrastrutture. Suona tutto bello e verde, ma sarà davvero così?

L’esperienza degli ultimi decenni solleva diversi punti interrogativi. La Bei, così come le riscoperte banche pubbliche d’investimento a livello nazionale quali la Cassa depositi e prestiti in Italia, segue sempre più le logiche della finanza privata e presta alle piccole e medie imprese (Pmi) sempre e soltanto tramite le banche private. Fondi a lungo termine che, come la liquidità a breve termine “regalata” dalla Bce alle banche, spesso rimangono nei loro forzieri o sono investita in settori speculativi molto più profittevoli dell’economia produttiva delle piccole e medie imprese.

Per menzionare qualche dato, fra il 2008 e il 2012 solo in Italia la Banca ha destinato alle aziende di medie e piccole dimensioni quasi 14 miliardi di euro. Chi li ha visti? Ma anche quando le banche prestano alle Pmi, ci caricano su la loro commissione, ragione dei tassi non più competitivi che vengono offerti in ultima istanza alle imprese assetate di credito.

E le grandi compagnie? Beh, a quelle la Bei si degna di prestare direttamente, sebbene per operazioni talvolta dubbie, se non contro gli interessi dei lavoratori europei. Citiamo ad esempio il prestito di 200 milioni di euro del 2011 a Ford Europa per delocalizzare i suoi impianti in Turchia, proprio quando la casa automobilistica chiudeva quelli di Genk in Belgio e Southampton nel Regno Unito.

Si spera che in campo energetico vada meglio, ma a guardar bene la produzione finanziata dalla Bei così pulita non è. Negli ultimi quattro anni almeno il 20 per cento del portfolio energetico della banca che ha sede a Lussemburgo è finito in combustibili fossili. Incluso il carbone, come nel caso del progetto di Sostanj in Slovenia – finanziato anche da Unicredit – attualmente sotto indagine per corruzione, in un momento in cui l’economia del paese che lo ospita sta collassando. Senza andare oltralpe, si pensi al rigassificatore di Livorno, per cui la Bei ha prestato a Iren ben 240 milioni.

Che almeno i soldi Bei servano per le infrastrutture piccole e davvero necessarie per la popolazione europea, si dirà. Niente da fare. La Banca brilla nel finanziare le mega-opere. Non a caso è alla Bei che si rivolgono i paesi europei assetati di fondi per progetti enormi, costosi, spesso inutili, e di sicuro non economicamente redditizi.

Per soddisfare i governi, l’istituzione sta approntando nuove alchimie finanziarie, note come “project bond Ue”, che serviranno a finanziare quelle grandi opere che non sono convenienti, con il rischio di generare nuovo debito pubblico. Si partirà con nuove autostrade. Non esattamente qualcosa di veramente innovativo, verde e anti-ciclico…

In Europa i progetti validi da finanziare non mancano, specialmente in paesi come l’Italia, da sempre priva di sufficienti investimenti pubblici e di imprenditori lungimiranti. La stessa Bei ha dato fondi alla Riva per “migliorare” gli impianti Ilva di Taranto. Come sia andata a finire è noto a tutti.

La storia della Bei dimostra che i soldi per finanziarie una trasformazione della nostra società verso l’equità e la sostenibilità ambientale ci sono, eccome. Ma continuare a richiedere, come fanno destra, sinistra e ora anche il centro, di pompare denaro pubblico per una vaga “economia reale” senza mettere paletti precisi potrebbe finire per condannarci ancor di più alla recessione, allo sperpero e al debito, perpetuando la devastazione dei nostri territori.

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