L’ECOFIN e la battaglia persa contro i paradisi fiscali

copertina del rapporto

Quello di ieri e oggi a Bruxelles sarebbe dovuto essere un Consiglio europeo dedicato al tema della lotta all’evasione e all’elusione fiscale, ma l’attenzione è andata come spesso accade ad altri temi. Si è incensato come “storico” l’accordo al ribasso sull’Unione bancaria, e i governi di Italia, Francia e Germania hanno letteralmente affilato le armi, con il loro piano di dotarsi di un drone europeo. Peccato che le armi contro l’evasione fiscale – pari a circa 1.000 miliardi di euro l’anno dentro l’Ue, stando alle stime della Commissione europea! – rimangano spuntate.

Il primo rapporto europeo sulla fuga di capitali, pubblicato alla vigilia del vertice dalla rete della società civile Eurodad, di cui Re:Common è membro, mostra come siano in tanti i paese dell’Unione a frenare contro l’introduzione di una legislazione comune adeguata in questo campo, e non si tratta dei soliti noti. Ad esempio nel negoziato sul rafforzamento della legislazione contro il riciclaggio, a fronte di una Italia all’avanguardia che spinge al rialzo insieme a Francia e per alcuni versi – sorprendentemente – il Regno Unito, l’Olanda e la Germania frenano, in primis sull’obbligo di istituire registri pubblici delle imprese che rivelino chi sono i veri proprietari e beneficiari dei profitti, inclusi i famigerati ed oscuri trust.

Anche sullo scambio automatico di informazioni tra le autorità competenti dentro l’Ue, da definire nell’ambito della Direttiva sul risparmio, diversi paesi “civilissimi” in altri casi non vogliono cooperare e portare trasparenza, e non si tratta solamente di giurisdizioni da sempre “controverse”, quali Lussemburgo, bensì dell’Austria. Lo scontro tra Parlamento e Consiglio europeo su entrambi i dossier è comunque alto e non è detto che l’accordo si trovi entro il prossimo marzo come vorrebbe la Commissione, oramai uscente.

In parallelo il negoziato sulla direttiva sulla contabilità delle imprese, anche in materie non finanziarie, vede altri schieramenti. In questo caso Regno Unito, Polonia e Germania fanno muro all’introduzione della rendicontazione per le multinazionali di redditi, profitti e tasse pagate paese per paese. Anche l’Italia, e in particolare il ministero per lo Sviluppo Economico, si accoda al fronte di chi vuole difendere l’opacità dell’operato delle multinazionali. Come ricorda Eurodad, queste aziende non solo scappano al fisco in Europa, ma di fatto nei paesi del Sud del mondo non pagano tasse per importi che superano fino a dieci volte l’ammontare degli aiuti allo sviluppo. Un’ipocrisia che ben pochi governi ammettono.

Dopo tanta retorica degli ultimi mesi sulla necessità di rafforzare la lotta all’evasione e l’elusione fiscale, in seguito a risonanti scandali internazionali, è evidente che manca ancora la volontà politica di far pagare le tasse ai grandi colossi. Non è solo questione di una web tax, per altro annacquata anche in Italia in queste ore, ma di rendere illegale una volta per tutte ciò che oggi non lo è proprio perché manca un approccio unico a livello internazionale.

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