Lasciamo il petrolio nel sottosuolo, ma per davvero

[di Antonio Tricarico]

Ammettiamolo! Il film hollywoodiano che ci sta offrendo il mercato globale del petrolio in questi giorni va davvero oltre ogni immaginazione.

La quotazione del greggio WTI scende a pochi centesimi di dollaro, i contratti future a meno di 37 dollari, l’OPEC, la Russia e gli Usa continuano a litigare mettendo a rischio il futuro delle loro mega-imprese petrolifere, le quali continuano a pagare lauti dividendi ai loro azionisti, inclusi in molti casi i governi stessi, tagliando i loro investimenti e perdendo valore nel lungo termine. Il tutto in un momento in cui anche l’opinione pubblica ha iniziato a capire che l’emergenza climatica non è conciliabile con l’estrazione di più petrolio e gas, come ci propinano i petrolieri ancora con troppa sicumera, perché abituati da decenni a vincere a mani basse.

È vero che la crisi economica del settore petrolifero era già iniziata da alcuni anni per svariati motivi, non necessariamente ambientali o sociali. Ma mai come oggi, giornata mondiale per la Terra, verrebbe da dire: “Lasciamo una volta per tutte i combustibili fossili nel sottosuolo!”. Qualcuno aggiungerà che oramai conviene pure economicamente. Ma qui arriva il colpo di teatro finale del film. Per decenni, gli attivisti nigeriani, nella tradizione non violenta iniziata dal poeta martire Ken Saro Wiwa, ci spingevano ad affermare che uno sviluppo e una società diversa sarà possibile in Nigeria come in Italia solo se manterremo le enormi riserve di petrolio nel sottosuolo. A lungo sono stati considerati dei visionari, poco ascoltati, se non repressi da società e regimi non democratici.

Giovedì scorso, invece, secondo Bloomberg, è stata l’amministrazione americana guidata da Donald Trump a dichiarare che sta considerando di pagare i produttori di petrolio americani per mantenere il greggio nel sottosuolo e alleviare l’eccesso di produzione che ne ha fatto crollare il prezzo e spinto molto produttori sulla bancarotta. Ben 365 milioni di barili di riserve sarebbero pagati in anticipo dal governo Usa. Secondo una legge federale il governo può accumulare fino a un miliardo di barili in nome delle più svariate emergenze. Trump si è quindi convertito sulla via di Damasco, o per meglio dire di Parigi – dove è stato firmato nel 2015 l’Accordo sul clima poi rigettato proprio da the Donald non appena arrivato al potere a Washington?

Nulla affatto, anzi. Questo singolare acquisto di petrolio per miliardi di dollari in realtà si somma all’intervento precedente della Casa Bianca di bail out finanziario e “normativo” senza precedenti per il settore petrolifero oggi in discussione al Congresso di Washington.

Il quotidiano britannico Guardian ha mappato tutti i nuovi sussidi al Big Oil americano delle ultime settimane, inclusi il rilassamento degli standard ambientali sulle emissioni, il rafforzamento delle leggi contro le proteste popolari per bloccare i nuovi progetti petroliferi, e  ciliegina sulla torta, una riduzione della tasse per le società del settore. Negli Usa il settore più in difficoltà è quello del fracking. Questa estrazione di petrolio e gas particolarmente devastante e rischiosa richiede un prezzo del greggio superiore ai 50-60 dollari al barile per essere profittevole. Così, dopo aver reso gli Stati Uniti un esportatore di risorse petrolifere e garantito una sorprendente sovranità energetica alla prima potenza mondiale, oggi proprio il fracking fa sprofondare l’economia americana in una crisi drammatica. E i decisori politici a stelle e strisce corrono in aiuto del settore, whatever it takes.

Basterà? Lo capiremo presto, perché le implicazioni future della crisi sanitaria sull’economia mondiale, e la domanda di petrolio, sono ancora poco chiare. Di sicuro quello di Trump non rimarrà l’unico intervento per salvare i combustibili fossili e il Big Oil, e non il clima. Meglio vigilare, da subito, con il global strike digitale dei Fridays for Future di venerdì prossimo.

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