La supertestimone ridicolizza la governance Eni (e tira in ballo Marcegaglia)

L’amministratore delegato di ENI, Claudio Descalzi e la presidente del CdA, Emma Marcegaglia durante l’assemblea degli azionisti 2018. Foto: archivio ENI – www.eni.com. CC BY-SA 3.0.

[di Antonio Tricarico] pubblicato su Valori.it

Karina Litvack: è lei la supertestimone che ha monopolizzato la 19esima udienza del processo contro Eni e Shell per l’acquisizione della concessione Opl245 in Nigeria.

Rappresentante dei fondi istituzionali della grande finanza internazionale nel consiglio di amministrazione di Eni, classe 1962, nata a Montreal, la Litvack ha lavorato per più di venti anni a New York e a Londra, rappresentando banche e fondi nelle relazioni con le grandi aziende in cui investono.

Con un sorriso pronto per tutti, un fare da universitaria preparata e precisa e un ottimo italiano – talvolta sostenuto da una traduzione lampo di parole chiave sul suo tablet – la Litvack ha subito spiegato come funziona la governance delle aziende nel sistema italiano, definito «unico». Anche quando sono sul mercato, hanno quasi sempre un azionista di riferimento che la fa da padrone, per questa ragione gli investitori che coprono più della metà del capitale hanno garantita almeno una quota di minoranza nel consiglio direttivo. In Eni ciò significa 3 dei 9 posti nel board.

Una consigliera considerata “problematica”

Così come Zingales, anche la Litvack, sin dalla nomina nel maggio 2014 nel board di Eni, era stata percepita dal management come problematica. Prima grana la lauta liquidazione per l’ad uscente Paolo Scaroni. Zingales chiamò la Litvack, che siedeva pure nel Comitato Controllo e Rischi (CCR) del board, e le chiese di suggerire al presidente del comitato di ritardare il pagamento di 30 giorni, poiché è prassi che decida il CCR del nuovo board e non quello uscente.

La risposta del presidente fu un no secco. Zingales provò a parlare della questione con Emma Marcegaglia, presidente del board, ma alla prima riunione del giugno 2014 la presidente annunciò che il pagamento era già stato fatto. Se il buongiorno si vede dal mattino…

Corruzione in Nigeria? Il legale Eni gettò acqua sul fuoco

La sera prima di essere eletta nel consiglio d’amministrazione di Eni, la Litvack aveva letto l’articolo dell’Economist molto critico sull’affare OPL245. Allo stesso tempo aveva saputo dai gruppi anti-corruzione delle carte del processo di Londra della EVP di Obi contro la Malabu di Dan Etete. Per questo proprio all’assemblea degli azionisti in cui era stata nominata chiese al consigliere legale di Eni, Massimo Mantovani, chiarimenti sulla questione.

La Litvack si disse preoccupata che la triangolazione usata tramite il governo nigeriano per acquisire la licenza dalla Malabu non fosse conforme alla legge anti-corruzione statunitense.

Le autorità Usa, infatti, applicano la lettera ma anche lo spirito della legge e spesso spingono per pesanti condanne con vari espedienti. Ma Mantovani disse che andava tutto bene e le organizzò un incontro con l’allora capo della compliance di Eni, l’avvocato Vincenzo Maria La Rocca, per avere accesso ai file della due diligence interna.

La Litvack pose la stessa domanda e chiese dei precedenti Eni con il dipartimento di Giustizia Usa. «Se la legge Usa fosse applicata come lei suppone non si farebbe più business in Africa», rispose La Rocca.

Nel giugno 2014, sui media italiani e internazionali esplose il bubbone Opl245, con le news sull’indagine della Procura di Milano. Il 3 luglio, all’incontro del CCR congiunto con il collegio sindacale si decise all’unanimità di commissionare una review esterna della due diligence Eni. Ma la Litvack chiese che chi supervisionava la committenza non fosse stato coinvolto nel negoziato.

«Subito ci fu un forte disaccordo» e tutti gli altri membri difesero il fatto che fosse Mantovani a curare la committenza, seppur coinvolto nel deal. «Il presidente [del collegio sindacale, ndr] Caratozzolo mi ammonì e vietò di usare la parola ‘coinvolto’. Non avevo nulla contro Mantovani, ma per me, soprattutto nei grandi deal, ogni capostruttura è responsabile, è normale. Bisognava garantire la neutralità nella definizione del mandato e nell’indagine. Così si fanno queste cose in tutto il resto del mondo», si sfoga con garbo la Litvack sorridendo al collegio dei giudici.

La questione fu rimandata al board. Nel frattempo, l’11 luglio, Zingales scrisse alla Marcegaglia, sollevando tutti i dubbi che aveva sull’Opl 245, evidenziando il rischio di ripetere gli stessi errori in futuro.

La Litvack era d’accordo sui 5 punti dubbi sollevati da Zingales nella nota, anche se in aula ammette di avere uno stile più soft e collaborativo del suo collega. Il board si vede il 18 luglio, fu chiesta a ogni consigliere una dichiarazione di lealtà a Descalzi, ma Zingales e la Litvack si astennero. Ci si aggiornò al 30 luglio, con una riunione «concitata».

Le volgarità di Descalzi contro Zingales e Litvack

Descalzi arrivò furioso ed esordì dicendo che «i dirigenti si sentono paralizzati, percepiscono l’ostilità del consiglio e la mancanza di fiducia». Per essere precisa al 100 per cento, riferendo ciò la Litvack apre il suo quadernone da liceale su cui prendeva tutti gli appunti delle riunioni. L’ad continuò: «Nessuno voleva prendere rischi. Ma certe persone hanno avanzato accuse senza fondamento sull’integrità dei dirigenti. Questo è intollerabile. Chi critica i dirigenti critica me. Se non vi fidate dei dirigenti, dovete licenziare me».

La Litvack ammette che in quell’occasione ha imparato da Descalzi tante parole volgari che non conosceva in italiano, e che non vuole ripetere in tribunale. «Ma lo so che qui è una cultura diversa, non si sentono quelle parole nei board della aziende britanniche».

Le lacrime in CdA

Lei e gli altri membri del board si sentirono intimiditi. Zingales in video conferenza non aveva invece problemi e rispose per le rime dicendo che l’atteggiamento dell’Ad era inaccettabile. La Litvack era angosciata, cercò di ricucire spiegando che l’idea di non coinvolgere Mantovani era stata sua. Voleva che ci fosse fiducia, ma poi ammise che non resse la tensione e scoppiò a piangere. Alla fine si decise che non c’erano black list, ma solo white list di dirigenti che potevano supervisionare l’indagine esterna. E Mantovani era tra questi.

Nel frattempo la Consob richiese informazioni sul caso (alla Litvack non fu spiegato il perché) e i verbali del CCR al tempo dell’approvazione dell’operazione. Il presidente del comitato comunicò subito ai membri che da quel momento i verbali degli incontri sarebbero stati più sintetici e i commenti non sarebbero stati attribuiti ai singoli. La Litvack non ci stava e chiese che le sue posizioni fossero registrate, ma questo non avvenne sempre, e le domande poste non furono esplicitate nei verbali.

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