
[di Caterina Amicucci]
Si è chiusa oggi a Santiago del Cile la Cumbre de los Pueblos, l’incontro internazionale dei movimenti che si è svolto parallelamente al summit ufficiale fra gli stati dell’Unione Europea e quelli dell’America Latina.
Al centro delle discussioni che hanno animato i tre giorni di incontri, seminari e assemblee le proposte e le strategie per costruire un nuovo paradigma, che soprattutto in America Latina guarda in maniera sempre più organica al buen vivir e al modello comunitario dei popoli indigeni.
Un dibattito che intreccia le riflessioni su un nuovo esempio di pubblico partecipato dalle comunità locali, “portato” qui a Santiago dai pochi europei presenti, tra i quali il Forum Italiano e il Movimento Europeo per l’acqua.
Il tema acqua è stato un asse centrale delle discussioni, soprattutto perché il Cile è il Paese dove le risorse idriche sono le più privatizzate al mondo. Grazie a una legge che risale ai tempi della dittatura di Pinochet, l’acqua è una merce che si può vendere e scambiare attraverso un vero e proprio mercato di “diritti di sfruttamento”. Per quanto riguarda il settore idroelettrico, dal 2009 quasi il 100 per cento dei diritti di sfruttamento dei fiumi è di proprietà dell’Enel.
Il presupposto normativo di questo dato di fatto è costituito dal “Codigo de Agua”, mai cambiato dai governi della concertazione che si sono succeduti dopo la dittatura e che i movimenti cileni sono finalmente pronti a sfidare.
Una marcia nazionale che partirà dai luoghi più disparati del Paese per assediare il palazzo presidenziale della Moneda è una delle proposte maggiormente significative elaborate durante la cumbre, perché è esattamente al modello cileno che multinazionali, banchieri e speculatori guardano quando immaginano un futuro mercato globale dell’acqua.
Anche il vertice ufficiale ha chiuso i battenti. Un summit convocato con lo slogan “Alleanza per lo sviluppo sostenibile: promuovendo investimenti di qualità sociale e ambientale”, ma che in realtà aveva come obiettivo quello di far avanzare il concetto di sicurezza giuridica per gli investimenti e dare rassicurazioni alle corporation europee preoccupate per la cattiva condotta di alcuni governi latinoamericani, decisi a non subire ingerenze dal settore privato.
E’ infatti in atto, soprattutto in America Latina, uno scontro frontale tra Stati e multinazionali. Attualmente sono quasi 350 i casi legali a livello globale intentanti dalle compagnie verso Stati sovrani accusati di non aver rispettato trattati o accordi di libero commercio. Uno degli esempi più noti è quello dell’Argentina, che durante la crisi del 2001 ha congelato le tariffe di acqua ed elettricità provocando l’ira dei gestori privati, i quali hanno intentato ben 40 cause e costretto il Paese a pagare spese legali per 912 milioni di euro.
Su questo versante il vertice non sembra aver prodotto avanzamenti significativi, nonostante più di 100 rappresentanti di multinazionali e investitori accorsi a Santiago per fare lobby con il pretesto di un forum parallelo di settore che propone lo scudo giuridico e la tutela integrale della la proprietà intellettuale come bizzarre ricette per uno sviluppo sostenibile.
A dispetto della sfrontatezza dell’agenda del vertice ufficiale, gli organizzatori della cumbre hanno preferito non sfidare le forze dell’ordine, che non avevano concesso il permesso di sfilare per le strade del centro.
Il corteo non autorizzato si è comunque svolto in un’atmosfera di tensione, culminata con l’ingresso di blindati e idranti delle forze speciali nella Plaza de Armas mentre si svolgeva il comizio finale. La dichiarazione della cumbre include un calzante richiamo alla crescente e globale criminalizzazione e repressione dei movimenti sociali e fa appello a un’unità internazionale delle lotte locali tutta da costruire e che rappresenta la sfida del prossimo futuro.