La crisi delle élite

World Economic Forum. The Reshaping of the World: Vision from Japan: Abe, Schwab. picture swiss-image.ch

[di Antonio Tricarico] pubblicato su Il Manifesto del 24 gennaio 2014

Continueranno fino a sabato a Davos, nella località sciistica svizzera, i lavori del Forum economico mondiale. Ben 2.500 banchieri e dirigenti di impresa, conditi da politici e qualche star, quest’anno si sono dati il compito modesto di “Rimodellare il mondo: conseguenze per società, politica ed economia”. L’obiettivo della kermesse mediatica delle elite globali è quello di dire al mondo che la crisi è finita e quindi si può finalmente discutere di quale crescita e sviluppo c’è bisogno per cambiare la società.

Un ottimismo forse esagerato, che sin dalle prime battute degli incontri in realtà è stato messo in discussione. Sono state proprio figure di primo piano del gotha della finanza mondiale a smorzare gli entusiasmi: dal capo della Ubs svizzera, Axel Webber, che ha invitato a non stare tranquilli per la crisi europea, agli stessi organizzatori del forum che, nonostante l’ottimismo crescente dei capitani di impresa bocciano, le politiche economiche dei leader del pianeta come poco efficaci e i leader stessi perché fragili ed incapaci di osare.

In diversi concordano che per rilanciare l’economia mondiale ben poco potranno fare le realtà emergenti nel suo insieme e la ripresa dovrà passare per forza per le “vecchie” potenze. Non a caso l’apertura del vertice è stata lasciata al premier giapponese Abe che ha rilanciato ancora una volta la sua cura da cavallo espansiva per l’economia del paese da due decenni afflitto da stagnazione economica e deflazione. Un monito forte per alcuni paesi europei, che rischiano la mancata ripresa e una deflazione sul modello giapponese.

Sul banco degli imputati l’Italia, anche se il ministro Fabrizio Saccomanni ha palesato anche a Davos un poco giustificato ottimismo, negando la nostra somiglianza con l’estremo Oriente. Ed allora da più parti si chiede che l’Europa, oltre al consolidamento fiscale – leggi austerità – faccia di più in termini di riforme strutturali, a partire da maggiore flessibilità nel mondo del lavoro, vista come unica solizione per far fronte alla disoccupazione ancora dilagante. Nel frattempo le speranze sono tutte con gli Stati Uniti, ma in realtà proprio in concomitanza con l’apertura del Forum inattese nuvole nere si sono addensate su Washington. La richiesta urgente rivolta al Congresso dal segretario al Tesoro statunitense di innalzare il tetto del debito pubblico ancora una volta fa capire che siamo ben lontani dalla fine della crisi, almeno da quelle parti. Certamente poter decidere quanto debito si vuole avere, fuori dal giogo dei parametri europei, è un gran vantaggio, ma in molti si chiedono perché si ripresenta così presto l’urgenza che aveva portato ad uno stallo l’intera amministrazione federale lo scorso ottobre, addirittura con un mese di anticipo rispetto a quanto programmato. La ripresa americana potrebbe essere solo virtuale e di fatto non reggere mai se l’indebitamento pubblico e le politiche espansive monetarie della Fed non continueranno a manetta.

Il 2014 sarà un anno di elezioni, sia in Europa che negli Usa – in questo ultimo caso quelle di cosiddetto “mezzo termine”. Forse è questo che preoccupa nelle stanze di Davos, dove si teme che la vera sfiducia nei confronti delle elite globali si trasformi in opposizione alle politiche di austerità e riforme strutturali. La ripresa senza nuovi posti di lavoro che si profila per il 2014 ed oltre – una situazione “orribile” per l’Europa, nelle parole dell’economista Ken Rogoff – rischia di pregiudicare il futuro per sempre e aumentare nel frattempo la conflittualità sociale, proprio quando i livelli di disuguaglianza hanno raggiunto il picco. Proprio a Davos è stato pubblicizzato che gli 85 paperoni più ricchi del pianeta hanno nelle loro mani una ricchezza pari a quella della metà più povera di ben 3,5 miliardi di persone. Una situazione esplosiva, che preoccupa così come l’intensificarsi dei conflitti militari.

Per la prima volta l’emergenza Siriana irrompe anche al Forum, così come i timori per l’escalation tra Cina e Giappone, l’instabilità in Ucraina, ed i conflitti nella regione africana. Martin Wolf del Financial Times – neoliberista oggi pentito – ha introdotto l’evento di Davos con un parallelo storico di quelli forti: il 2014 sarà il centesimo anniversario dello scoppio della prima guerra mondiale. Per l’editorialista così come nel 1914, oggi le elite economiche e politiche stanno fallendo nel dare una risposta alla crisi strutturale che si presenta, perché ancora invasate di un’ideologia (liberista) fallimentare. La storia ci dice che questi fallimenti possono generare mostri. Wolf – il cui nome ricorda per altro il film “Il lupo di Wall Street” di Martin Scorsese, appena uscito in Italia – però non si chiede cosa esiste oggi oltre queste elite fallimentari e quali contro-poteri potrebbero evitare i disastri della storia.

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