La Banca mondiale e il chiodo fisso dei mercati di carbonio

inquinamento - foto wikipedia, pubblico dominio
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[di Elena Gerebizza]

Tra le nuove formule per sconfiggere la povertà e condividere “i benefici della prosperità” (non la ricchezza…) con il 40% più povero della popolazione mondiale, la Banca Mondiale ha colto l’occasione degli incontri di primavera dell’istituzione per rilanciare anche gli investimenti nei mercati di carbonio.

Ebbene sì: di fronte al fallimento conclamato del più grande mercato regionale del carbonio – quello europeo – datata 2013, la World Bank ripropone la stessa, vecchia ricetta cercando questa volta di allargare i potenziali beneficiari (di un fallimento garantito) anche ai paesi più poveri.

Ma andiamo per ordine. Il 2013 doveva essere l’anno in cui il prezzo del carbonio “avrebbe definito il mercato”, guidando gli investimenti verso settori più “puliti” e contribuendo nei paesi più poveri a migliorare le condizioni di vita tramite il meccanismo di sviluppo pulito (il ben noto e altrettanto criticato CDM – Clean Development Mechanism). Niente di più lontano dalla realtà: invece del prezzo prospettato dai fautori del mercato (30 euro a tonnellata),  a dicembre 2012 i permessi di emissione europei stavano a 5,89 euro a tonnellata, mentre gli “offset” (ossia i crediti di carbonio legati a progetti nelle economie emergenti, quelli cosiddetti CDM) si vendevano a 0,31 euro a tonnellata. Usando le parole degli stessi analisti finanziari “non c’è più mercato, è morto”.

La stessa Commissione europea ha cercato di ridurre i danni con regole più restrittive rispetto ai certificati che potevano essere venduti sul mercato UE, aprendo un processo di verifica sul funzionamento del mercato stesso per capire “come salvarlo”. Evitando di guardare ad altri aspetti importanti: ovvero che oltre a non avere veicolato le risorse promesse, il mercato non era nemmeno servito a ridurre le emissioni globali, né tantomeno a “portare sviluppo” nei paesi dove i progetti “per ridurre le emissioni” venivano realizzati.

Il lancio del Carbon Initiative for Development (Ci-Dev) ci sembra l’ennesimo fallimento annunciato, frutto di un’ortodossa ossessione per il mercato anche laddove è evidente che non funziona. Il Ci-Dev è un’iniziativa finanziaria di 75 milioni di dollari ospitata dalla Carbon Finance Unit della Banca Mondiale, e promossa con i finanziamenti di diversi governi tra cui Regno Unito e Svezia, assieme alla Climate Cent Foundation registrata in Svizzera. Obiettivo del fondo sarebbe di facilitare la realizzazione di progetti CDM nei paesi più poveri per progetti di “riduzione delle emissioni” e accesso all’energia su piccola scala nei paesi più poveri (LDCs).

Il tutto vincolato alla produzione di certificati di riduzione che verrebbero venduti poi sul mercato, generando ipotetiche risorse che nella visione della Banca dovrebbero portare un beneficio alle comunità. Proprio per facilitare la vendita dei crediti, la Banca ha messo da subito sul tavolo 50 milioni di dollari per pre-finanziare la realizzazione dei progetti. Provare per credere insomma. Ma siamo sicuri che ne valga la pena?

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