
Centinaia di esponenti di varie comunità indigene malesi la scorsa settimana hanno bloccato i lavori di costruzione della diga di Baram, nello stato del Sarawak. Il mega sbarramento, in fase di realizzazione sull’isola di Borneo, sta causando lo sfollamento di numerose famiglie in una delle regioni più povere del Paese, senza che sia ben chiaro come voglia procedere l’impresa coinvolta, la Sarawak Energy (SEB, di proprietà statale), in merito alle compensazioni e al reinsediamento delle persone.
Quello di Baram è solo l’ultimo di una lunga serie di impianti idroelettrici fortemente contestati dalle popolazioni locali nello stato di Sarawak. Gli indigeni Kenyah, Kayan e Penan hanno totalmente ostruito la strada che conduce al cantiere, secondo quanto riporta l’organizzazione malese Save Sarawak’s Rivers Network, il cui presidente Peter Kallang ha ribadito su Facebook che le comunità sono state “inspirate” da un’azione simile tenutasi il mese scorso sul sito di costruzione della diga di Murum.
Oltre alle pessime conseguenze di natura socio-ambientale connesse al progetto, è ormai tempo che si parla di evidenti pratiche di corruzione che vedrebbero il coinvolgimento di uomini politici di spicco e dirigenti delle imprese interessate.
Si calcola che il solo impianto di Baram (in grado di generare 1.200 megawatt di energia, tutta destinata all’export) inonderà circa 400 chilometri quadrati di territorio e provocherà lo sfollamento di 20mila autoctoni.
Val la pena ricordare che a Sarawak è già attiva la diga di Bakun, costata 2,3 miliardi di dollari e ritenuta da Transparency International uno degli esempi più lampanti di corruzione e scempio ecologico.