
[di Antonio Tricarico] pubblicato su Il Manifesto del 28/03/13
Tengo Tengela lavora al dipartimento educazione del sindacato dei metalmeccanici del Sud Africa, il secondo più grande affiliato della confederazione Cosatu. Tengo è molto attivo nel promuovere una nuova alleanza tra una parte dei sindacati e componenti della società civile organizzata per contrastare l’egemonia culturale e politica dell’African National Congress, sempre più di stampo neoliberista.
A Durban il vertice dei paesi Brics si è chiuso con l’annuncio di una nuova banca multilaterale che si opporrebbe alla Banca mondiale e al Fondo monetario internazionale. Come giudichi l’azione del governo di Pretoria?
Il nostro paese è oramai una potenza egemone nell’Africa subsahariana, direi imperiale nell’Africa australe. Non mi stupisce che il governo Zuma voglia forgiare alleanze con altre economie emergenti per opporsi alle vecchie potenze. Ma ho dei dubbi che il nostro esecutivo si discosti dalla stessa logica neoliberale seguita dalla Banca mondiale e dall’Fmi. Non è chiaro a cosa servirà questa nuova banca. Parlano di finanziare le infrastrutture, con il rischio di alimentare ancora di più il devastante estrattivismo di minerali e l’utilizzo dei combustibili fossili che affliggono già molti dei nostri territori.
Pensi a nuove miniere in Sud Africa, che producono per l’export contro gli interessi dei più poveri? Al riguardo che cosa ha insegnato il recente massacro di Marikana, dove la polizia ha sparato ed ucciso 47 minatori lo scorso agosto?
E’ stato orribile, ma politicamente un punto di svolta come non l’abbiamo vissuto dal crollo del regime dell’apartheid. Finalmente potrebbe cambiare qualcosa a sinistra. La confederazione sindacale del Cosatu è stata sempre intimamente legata all’Anc. Ma oramai l’ossessione neoliberale del governo non è più sopportabile e l’assassinio dei compagni minatori in sciopero contro la Lonmin per migliorare i propri salari da fame e chiedere voce in capitolo sullo sviluppo industriale ha aperto finalmente un dibattitto acceso nel sindacato. Al Congresso nazionale del Cosatu di dicembre, le critiche di una parte della base alla leadership sono state esplicite, così come gli attachi di alcuni sindacati, tra cui il nostro, all’Anc e anche al partito comunista.
Che succederà a questo punto? Quali sono le alternative politiche?
L’Anc continua a lavorare solo per migliorare le condizioni per gli investitori e le multinazionali straniere. Adesso è in discussione il nuovo piano di sviluppo del paese per i prossimi quattro anni. L’ennesimo documento di apologia estrattivista e liberista che noi metalmeccanici abbiamo rigettato in blocco, a differenza dei vertici del Cosatu. Dobbiamo ripartire dalle miniere e dalla lotta di Marikana per costruire alleanze alternative. Sono diversi i sindacalisti nella base, e ora anche più in alto, che stanno rompendo le file. Alle prossime elezioni non ci sarà nessun assegno in bianco per l’Anc di Zuma e chi lo appoggia.
Ma che piattaforma alternativa si può costruire?
Noi abbiamo capito che non si tratta più di una crescita economica collegata allo sviluppo dei mercati globali e del grande capitale. Un paese come il nostro ha risorse naturali enormi, ma non possiamo più affidarci al mito estrattivista, serve un’altra gestione più moderata. Abbiamo posto con forza anche ai sindacati internazionali la questione della transizione energetica, tema che oggi viene discusso in Germania come in altri paesi, ma sempre nella logica neoliberale. Ci sono problemi anche con le energie rinnovabili, se pensate per servire solo il grande capitale. A margine del vertice dei Brics, noi abbiamo discusso con i movimenti degli altri paesi la nostra visione per rinnovabili controllate socialmente secondo una visione di lotta di classe e contro i cambiamenti climatici.
Che intendi?
Per avere una vera transizione dobbiamo prima riprendere un controllo pubblico dei combustibili fossili. Per poter poi discutere di quale trasformazione dell’intero sistema energetico capitalista è necessario e di chi lo deve controllare. Servono poi nuove forme di governance partecipata, non basta solo entrare nei consigli di amministrazione. Questi i temi al centro della nostra campagna nazionale dal basso per un milione di posti di lavoro “per il clima”.
Allora il futuro della classe operaia passa per nuove alleanze tra gli attori sociali dei conflitti nei paesi Brics?
Ci siamo chiesti per anni perché una volta liberati dall’apartheid non ci fosse stata la stessa solidarietà dei sindacati del Nord per gli impatti dei piani di aggiustamento strutturale impostici da Washington. Ora ci chiediamo dove è la solidarietà politica e umana dei sindacati nei confronti di quello che succede in Grecia, che è la replica di quello che abbiamo conosciuto noi. Oggi l’egemonia culturale nel nostro paese, come credo anche in Brasile, muove ancora gran parte dei lavoratori a pensare che il fronte del Brics vuole il cambiamento ed è progressista. Ci vuole ancora tempo per essere maggioranza nella nostra critica anche ai governi Brics e creare alleanze internazionali tra i lavoratori e forze sociali nuove e radicali in questi paesi. Ma abbiamo iniziato. Si può ancora cambiare, dobbiamo crederci in nome di chi si è sacrificato a Marikana.