Il TAP e il referendum costituzionale. Una buona ragione per dire di no

La costa salentina dove il progetto TAP prevede il punto di approdo del gasdotto. Foto Berber Verpoest

[di Elena Gerebizza]

Lo scontro politico sul gasdotto Transadriatico (TAP) è sempre più acceso ed è sempre di più uno scontro tra istituzioni: comuni e regione contro il governo. Scontro che il governo Renzi spera di risolvere con il referendum del 4 dicembre, addirittura suggerendo di votare sì per risolvere la questione TAP per bocca del Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, in audizione al Senato e alla Camera la settimana scorsa.

Il paradosso di questo referendum assurdo è proprio questo, che le “semplificazioni” e la “governabilità” di cui parla Renzi significano togliere alle persone e alle istituzioni voce in capitolo su questioni centrali che riguardano i territori, il loro presente e il soprattutto il futuro. Questioni centrali come quelle in materia energetica, o che concernono la costruzione di grandi opere che sempre più spesso verranno dipinte come “necessarie” e “volute dall’Europa”. Che in nome di questo interesse più alto vengono imposte tali infrastrutture è indicativo di come “il pubblico”, ovvero lo Stato, si spenda per assicurare i profitti di pochi, a discapito della collettività.

La verità è che il Tap e il movimento di resistenza popolare che lo contrasta in forme variegate, e che tra le sue fila conta i sindaci salentini e il presidente della Regione Puglia, è diventato un problema che il governo non sa più come risolvere. Il consorzio proponente del progetto – la TAP AG con sede a Baar, in Svizzera – ha provato a ungere gli ingranaggi del consenso con sponsorizzazioni, pubblicità e offerte di compensazioni sul territorio. Ma tutto ciò non ha funzionato.

Lo dicono gli stessi documenti del ministero dello sviluppo economico, diffusi dal Comitato No Tap, dove si certifica che almeno 27 proprietari non hanno concluso il negoziato con la società. Forse perché anche per loro, come per centinaia di contadini in Grecia e in Albania, quanto viene offerto è troppo poco comparato con la perdita materiale che le famiglie subiranno. O forse perché questo progetto, al di là delle compensazioni dirette, lo percepiscono come una minaccia per il futuro, consapevoli della cicatrice permanente che lascerà e della sua incompatibilità con il modello di vita (non solo economico) scelto da queste comunità.

Per questi motivi e per altri ancora crediamo che il Tap sia prima di tutto un problema di democrazia, che apre alla domanda ultima del chi decide del futuro di un territorio. Noi crediamo che chi il territorio lo vive debba potersi esprimere e contare in come la decisione ultima viene presa. E che quindi al Ministro Carlo Calenda vada risposto che proprio il TAP sarà la grande opera che ci farà votare NO al prossimo
referendum.

Resta aggiornato, iscriviti alla newsletter

Iscrivendoti alla newsletter riceverai aggiornamenti mensili sulle notizie, le attività e gli eventi dell’organizzazione.


    Vai alla pagina sulla privacy

    Sostieni le attività di ReCommon

    Aiutaci a dare voce alle nostre campagne di denuncia

    Sostienici