Il libro del mese: The Republic of Gupta – A Story of State Capture

copertina "The Republic of Gupta"
copertina “The Republic of Gupta”

[di Luca Manes]

In Sudafrica ormai tutti conoscono i Gupta, una famiglia indiana originaria dello stato dell’Uttar Pradesh al centro di uno scandalo di vastissime proporzioni scoppiato nel 2016.

Così esteso e ramificato era il malaffare e la corruzione “diffusa” dai Gupta che è stato definito “State Capture”. Ovvero come depredare impunemente e a piene mani le casse dello Stato e farla franca.

Almeno fino a un certo punto, perché il bubbone è scoppiato e ai tre fratelli Gupta è toccato lasciare il Paese, dove erano arrivati nel 1993 per aprire una piccola impresa di computer, fino a poi mettere su un impero che spaziava dal comparto energetico a quello dei media. Sfruttando la forte “amicizia” con il presidente Jocob Zuma, ma ormai sembra che intercorressero “buoni rapporti” anche con i suoi predecessori Thabo Mbeki e Kgalema Motlanthe, i Gupta si sono infiltrati in tutti i gangli dello stato, arraffando contratti per le loro società e condizionando l’operato di grandi imprese pubbliche come Transnet ed Eskom.

La loro “epopea” la racconta il giornalista sudafricano Pieter-Louis Myburgh in “The Republic of Gupta” (Penguin Books) che forse qualche editore coraggioso dovrebbe tradurre e pubblicare anche dalle nostre parti. Dimenticate la distanza geografica tra il nostro Paese e il Sudafrica, l’abbraccio criminale tra i vertici dello Stato e imprenditori senza scrupoli e la conseguente creazione di un grumo di potere e di affari dall’olezzo mefitico è storia già sentita un po’ ovunque. Ma repetita iuvant, recita la massima latina, per cui narrare soprattutto il comportamento criminale di coloro che dovrebbero governare nell’interesse della collettività è sempre cosa buona e giusta. E Myburgh lo fa con l’abilità e l’efficacia che solo i giornalisti d’inchiesta di grande spessore sanno fare. Il racconto parte da un episodio quasi comico, ma quanto mai esemplificativo: l’impiego di una base aerea militare per far atterrare un aereo civile pieno di ospiti indiani invitati a un matrimonio di famiglia.

Da lì viene ricostruita tutta la saga di questa famiglia arrivata in Sudafrica senza mezzi economici così rilevanti e giunta a negoziare contratti miliardari sulle miniere di carbone e quelle di uranio.

Leggendo le 260 pagine del libro, non mancano i riferimenti a un “buon amico” dei Gupta, ma anche di imprenditori molto vicini a società italiane attive nell’area. L’amico è Brian Molefe, ex amministratore delegato delle compagnie pubbliche Eskom e Transnet, l’imprenditore è Philani Mavundla, le imprese italiane CMC di Ravenna e Salini-Impregilo, che con Mavundla erano soci d’affari e da Eskom e Transnet ricevevano ricchissimi appalti come quelli per la realizzazione dell’impianto idroelettrico di Ingula (a 400 chilometri da Johannesburg) o l’espansione del porto di Durban. Nel primo caso il malfunzionamento, i ritardi e l’immensa impennata dei costi (da 860 milioni a 2,4 miliardi di euro), nonché un incidente che ha causato la morte di sei operai, sono stati oggetti di reportage giornalistici e di un’inchiesta dall’anti-corruzione sudafricana, mentre il secondo, che vede il coinvolgimento solo della CMC, uno stop dei lavori a seguito di un esposto relativo alle modalità di assegnazione dell’appalto          

Eskom e Transnet sono oberate di debiti a causa dell’allegra gestione di personaggi come Molefe e dei suoi legami con gente del calibro dei Gupta e di Mavundla. I 40 miliardi di euro di passivo dell’Eskom, tanto per citare un dato, sono un bel problema per tutto il Paese, visto che la compagnia è pubblica e che per il momento ci pensa il governo a provare a tappare i buchi di bilancio.

Un bilancio, come visto, affossato non solo dai Gupta… 

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