Il carbone è morto! Lunga vita (finanziaria) al carbone!

L’impianto a carbone Tuzla 7 in Bosnia Herzegovina. Photo: Ana Constantinescu. https://bankwatch.org/

[di Antonio Tricarico]

Lunedì ha aperto i battenti a Madrid la XXV conferenza delle parti alla Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.
L’ennesimo vertice che si svolge sotto l’urgenza di fare qualcosa per arginare la mutazione del clima che incalza inesorabile con impatti sempre più intensi e innegabili. L’obiettivo è quello di limitare il surriscaldamento del pianeta a soli 1,5 gradi – ad oggi siamo già ad un grado in media in più. Il segretario generale Antonio Guterres e la comunità scientifica internazionale hanno ripetutamente chiesto una veloce uscita dalla produzione elettrica basata sul carbone. Da oggi nessun nuova centrale può essere costruita, perché la combustione del carbone è la principale fonte di anidride carbonica responsabile del riscaldamento globale.

Lo stesso Guterres ha nominato Mark Carney, governatore della Banca Centrale d’Inghilterra, inviato speciale delle Nazioni Unite sull’azione climatica e la finanza. Non un caso, visto che Carney è stato il primo tra le élite finanziarie a ricoscere che esiste un rischio finanziario strettamente connesso a quello climatico. Per questo ogni attore della finanza globale deve essere cosciente del problema, rendicontando annualmente alle banche centrali le modalità delle loro operazioni.

Tutti d’accordo a parole, ma se guardiamo ai numeri della finanza la gran parte delle istituzioni finanziarie del pianeta sta facendo orecchie da mercante. La Ong tedesca Urgewald, insieme a Re:Common e numerosi altri gruppi internazionali, denuncia che nei soli ultimi tre anni le 258 società che ancora pianificano o già costruiscono nuovi impianti a carbone hanno ricevuto un sostegno finanziario per ben 745 miliardi di dollari, di cui più di 100 miliardi in nuovi prestiti (scarica qui la tabella in pdf con tutti i dati sugli investimenti. Se tutti i piani fossero realizzati, la generazione elettrica a carbone aumenterebbero del 28 per cento. I dati sono sorprendenti, poiché a fronte di una narrativa secondo cui oramai produrre elettricità con il carbone è non più economico ed il settore è in una crisi nera, emerge che il settore finanziario non rinuncia a finanziare clienti che voglia di cambiare il proprio business per salvare il clima ne hanno ben poca.

A guidare la classifica dell’ipocrisia finanziaria sul clima ci sono le principali banche giapponesi ed americane, ma quelle europee non sono da meno costituendo il 26 per cento di tutti i nuovi prestiti per il carbone. Spulciando i nomi nella classifica, a sorpresa troviamo due banche italiane: al decimo posto Intesa Sanpaolo con prestiti per 2.610 milioni di dollari, seguita da UniCredit con 2.593 milioni. La prima banca europea nella lista è la francese BNP Paribas – molto presente anche in Italia con la ex BNL – con 4.276 milioni. Va dato atto che proprio quest’anno, sotto la pressione della società civile, sia BNP sia UniCredit hanno adottato finalmente una politica sul carbone più stringente. Un passo nella giusta direzione, anche se non sufficiente perché non si taglia definitivamente la testa al sostegno finanziario per le società che fanno ancora affari con la polvere nera. Sorprende invece che la banca “di sistema” italiana per eccellenza, ossia Intesa, proceda senza alcuna politica sul clima, e sul carbone in particolare, e prenda quest’anno lo scettro di top killer tricolore del clima.

A riprova di questo, la stampa bosniaca ha recentemente rilevato che Intesa Sanpaolo è parte di un consorzio di banche slovene e russe che intende finanziare il controverso nuovo impianto a carbone di Tusla 7 in Bosnia-Herzegovina, co-finanziato dalla Exim Bank cinese. Il progetto è stato pesantemente criticato per gli aiuti di stato che riceve, apparentemente in violazione delle regole della Energy Community di cui il paese balcanico è parte. Sembra che anche i conti del progetto non tornino, con costi preventivati superiori alle entrate attese dalla vendita dell’elettricità da produrre. Ma il progetto ha chiaramente un imprinting politico, ed è parte di un pacchetto di opere che il governo cinese sostiene nei Balcani per aprire la porta dell’Europa alla faraonica Belt and Road Initiative, quella per cui il governo italiano ha firmato un sorprendente memorandum d’intesa  politico con Pechino lo scorso anno. Intesa Sanpaolo sembra acriticamente sposare questa linea ritrovandosi l’unica banca europea che finanzia l’ennesimo progetto killer del clima in compagnia russa e cinese. Re:Common, insieme con il suo partner nei balcani CEE Bankwatch, ha scritto all’amministratore delegato della banca Carlo Messina chiedendo di confermare se la Banca sta con la difesa del clima o invece con il carbone killer, tertium non datur.

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