
[di Luca Manes]
Il sito Africa Intelligence ha riportato negli ultimi giorni dello scorso anno una indiscrezione molto interessante. Il mega progetto idroelettrico Grand Inga, nella Repubblica Democratica del Congo, avrebbe infatti trovato un grandissimo sostenitore nel capo dello staff dell’alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, l’italiana Federica Mogherini.
Stefano Manservisi, come visto stretto collaboratore del nostro ex ministro degli Esteri, si sta spendendo affinché l’UE conceda fino a 800 milioni per la realizzazione del mega-progetto. Già nel periodo 2004-2010, quando Manservisi come direttore generale per il dipartimento sviluppo della Commissione europea, aveva commissionato alla società di consulenza belga Propadev uno studio sulla diga che dovrebbe sorgere sul fiume Congo, sempre secondo quanto riportato dal sito web.
Africa Intelligence evidenzia una serie di problemi che confliggerebbero con lo zelo di Manservisi. In primis nell’accordo di cooperazione firmato tra l’UE e il Congo per il periodo 2014-2020 non è presente la materia energetica, mentre il budget si ferma a 640 milioni di euro. Inoltre numerosi alti dirigenti del dipartimento sviluppo, guidato dal commissario croato Neven Mimica, nutrirebbero forti dubbio sulla valenza dei grandi progetti idroelettrici. A sostegno del loro scetticismo adducono il rapporto presentato nel 2011 dall’europarlamentare britannico Nirj Deva e che a sua volta riprendeva quanto esplicitato all’inizio dello scorso decennio dalla World Commission on Dams, organismo indipendente voluto dalla Banca mondiale che criticava in maniera molto esplicita il valore intrinseco delle grandi dighe, riportando nel dettaglio i loro pesantissimi impatti socio-ambientali.
Val la pena rammentare che di recente anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia aveva affermato che quella dei mega sbarramenti rappresenta la cura sbagliata per le esigenze di un continente come l’Africa. Vista la bassa densità abitativa, servirebbero soluzioni alternative, basate su reti di piccole dimensioni o progetti di rinnovabili decentralizzate (solare ed eolico) e a costi contenuti, che per altro renderebbero le comunità meno esposte agli effetti perversi dei cambiamenti climatici rispetto alle grandi dighe, la cui portata d’acqua può essere condizionata in maniera estrema dalla imprevedibilità delle precipitazioni.
Le nuove opere sul fiume Congo, che fanno seguito ai fallimentari impianti Inga I e II sorti negli anni Settanta, hanno già suscitato l’interesse di tutto il comparto e delle principali organizzazioni multilaterali di sviluppo. Lo scorso marzo la Banca mondiale ha stanziato un finanziamento iniziale per la prima parte dei lavori del complesso di Inga, per la cui realizzazione a partire dal 2016 ci vorranno sette anni e i cui costi sono stimati in ben 14 miliardi di dollari.