GNL: le comunità di sacrificio in Louisiana e Texas e le responsabilità italiane

Pubblicato su Avvenire

La Louisiana è uno degli stati americani dove storicamente è più attiva l’industria dei combustibili fossili, ma anche uno dei territori più flagellati dalla crisi climatica. L’intensità degli uragani è aumentata in maniera esponenziale. Tutti ricordiamo la tragedia provocata da Katrina (1.800 vittime e 125 miliardi di dollari di danni), ma recenti fenomeni come Laura (2020) e Ida (2021) hanno fatto registrare un’intensità simile e lasciato alle loro spalle morte e distruzione.

Ora l’ultima frontiera del business fossile si chiama gas naturale liquefatto (GNL), cioè immagazzinare in forma liquida il gas estratto, per lo più tramite fratturazione idraulica, nei vari giacimenti dell’area e del resto degli Stati Uniti, per poi spedirlo tramite enormi navi in giro per il mondo. In Louisiana ci sono ben tre dei sette terminal di GNL attivi al momento, altri due sono in fase di costruzione, cinque sono stati approvati e altri cinque aspettano il via libera. Su scala nazionale, se gli impianti proposti dovessero vedere la luce, entro un lustro su tutto il territorio statunitense ci potrebbero essere 26 terminal di GNL.

Terminal GNL di Calcasieu Pass – foto © Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon

Rispetto al secondo semestre del 2021, l’export di GNL è aumentato del 12 per cento nella prima metà del 2022, tanto che gli USA hanno sorpassato Federazione russa e Qatar, divenendo il primo Paese esportatore al mondo. L’Italia è al 13° posto globale per import di gas dagli Stati Uniti nel periodo fra febbraio 2016 e settembre 2022.

Nell’area intorno alla città di Lake Charles ci sono i terminal Cameron LNG e Calcasieu Pass, ma pure una impressionante concentrazione di petrolchimici che sbuffano fumo e fiammate senza sosta.  In alcuni punti lo sguardo incontra solo tubature e serbatoi, in quella che appare una delle più grandi zone di sacrificio del Paese. “Le comunità che vivono vicino agli impianti sono tutte afroamericane, spesso molto povere e ancora alle prese con gli effetti degli uragani”, ci spiega Roishetta Ozane di Healthy Gulf, Ong per cui svolge il ruolo di community organizer. Mentre ci mostra le case con i teli blu, che qui indicano proprio le abitazioni danneggiate dalle tempeste estreme, Roishetta chiarisce che una delle sue attività principali è spiegare alle persone che cosa sono i cambiamenti climatici e perché questo territorio è tra i più colpiti dai loro effetti.

Questi fenomeni non vanno che a esacerbare una crisi sociale che in Louisiana sembra senza fine. Il 14,20 per cento delle famiglie dello Stato vive sotto la soglia di povertà. La media dei salari per nucleo familiare è di 52mila dollari, a fronte di un dato su scala nazionale intorno ai 70mila. La disoccupazione colpisce duro, con picchi oltre il 40 per cento, soprattutto tra le comunità afroamericane.

Una nave gasiera nel terminal GNL di Calcasieu Pass – foto © Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon

I terminal di GNL contribuiscono a creare pochi posti di lavoro, come ci conferma John Allaire. Uno che conosce bene le aziende petrolifere, perché è stato dipendente per oltre 30 anni della britannica BP. Ora però ha una società di consulenza ambientale ed à ben conscio che il business fossile non è più sostenibile a lungo terme. John vive in un enorme caravan a due passi dall’Oceano in una delle zone umide di maggior pregio del continente nordamericano, popolata da pellicani, cormorani, anatre e cicogne. Dove però è da pochi mesi entrato in funzione il terminal di Calcasieu e a breve dovrebbero iniziare i lavori per altri due impianti. “Prosciugheranno numerosi stagni e faranno sparire un tratto di spiaggia, come se non bastassero gli uragani a portar via pezzi di costa”, denuncia John. Intanto a Calcasieu è un via vai di navi gasiere, giganti del mare che nei pochi mesi di vita di questo terminal sono arrivati ben sei volte nelle acque italiane, a ulteriore riprova che il GNL americano è sempre più importante per il nostro Paese.  

Spostandosi verso est, a tre ore di macchina da Lake Charles, si toccano con mano gli effetti dell’emergenza climatica provocati anche dall’uso estensivo del gas. Qui è tutto un intrico di bayous, i canali paludosi dell’immenso Delta del Mississipi che sfocia nel Golfo del Messico, e c’è un’isola, quella di Jean Charles, che sta letteralmente sparendo. Colpa di altri canali, quelli artificiali scavati dalle compagnie fossili per estrarre gas e petrolio, che hanno fatto sì che l’acqua salata e le mareggiate potessero penetrare in profondità nelle zone umide, accelerando i processi di erosione.  Rispetto al 1955, si è perso il 98% dell’isola. I circa 200 abitanti, per lo più nativi americani costretti a venire a Jean Charles da una legge del 1830, sono stati rilocati a 40 chilometri di distanza e sono di fatto i primi profughi ambientali statunitensi della storia.

John Beard del Port Arthur Community Action Network – foto © Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon, 8 dicembre 2022

“Siamo nel ventre della bestia”. Così definisce Port Arthur, la città simbolo del comparto fossile texano, John Beard, attivista, uomo politico e fondatore del Port Arthur Community Action Network. E non ha torto. Petrolchimici, due raffinerie divise solo da un lembo di strada – qualcosa che nelle nostre peregrinazioni in giro per il globo non avevamo mai visto – e altre industrie pesanti, il tutto concentrato in pochi chilometri quadrati. “Ciliegina sulla torta”, Port Arthur è a metà strada tra i due più grandi e produttivi terminal di gas naturale liquefatto (GNL) degli Stati uniti: Sabine Pass e Freeport, al 2021 rispettivamente circa 35 miliardi e 19 miliardi di metri cubi di GNL esportato.

D’altronde il Texas ha fondato gran parte del proprio sviluppo sull’industria dei combustibili fossili, da cui dipende ancora fortemente. Nel 2021 è stato il più grande produttore di petrolio (43%) e gas naturale (25%) degli USA, per lo più provenienti dal Golfo del Messico e dal Bacino Permiano, dove si trova un quarto delle riserve di idrocarburi del Paese.

Eppure a Port Arthur “c’è tanta povertà, la gente va via oppure rischia di ammalarsi, tanto che qui l’incidenza dei casi di cancro è il doppio rispetto alla media del Texas”, lamenta Beard.

La presenza costante di flaring dalle tre enormi torri di Sabine Pass sembrerebbe dare un triste senso alle parole dell’attivista. Il terminal è una sorta di città nella città, tanto è mastodontica. A gestirlo è la Cheniere Energy, società che esporta il 50% del GNL statunitense e con la quale l’italiana Snam è saldamente in affari.

Il terminal di Freeport, un’ora di macchina sia da Port Arthur che da Houston, di poco inferiore a Sabine Pass per volumi di produzione, con la guerra in Ucraina ha visto rapidamente cambiare i suoi “beneficiari”. Se prima il 70% del gas andava in Asia, ora fino al 65% arriva in Europa. In realtà parliamo dei carichi spediti fino allo scorso 8 giugno, quando una gigantesca esplosione causata da un errore umano ha bloccato del tutto la centrale. “Alcune persone che stavano nella spiagge vicine sono rimaste ferite, mentre non sappiamo nulla su chi era di turno nell’impianto. Certo è che di problemi sulla sicurezza ce ne sono stati molteplici, tanto che le autorità competenti avevano già comminato sanzioni pecuniarie contro i gestori di Freeport LNG”, ci spiega Melanie Oldham del locale gruppo Citizens for Clean Air & Clean Water in Brazoria County. Poi, come aggiunge la Oldham, bisogna fare i conti con gli eventi climatici estremi, che anche qui non mancano. Insomma, Freeport è una sorta di bomba a orologeria e per il momento di riapertura non se ne parla. In termini di export del gas parliamo di circa il 20% in meno per l’export statunitense. Un danno considerevole, stimabile fra i 6 e gli 8 miliardi di dollari, soprattutto per chi il gas lo vende. Il giorno dopo lo stop di Freeport, infatti, il prezzo del gas per i cittadini americani è diminuito del 12%. A dimostrazione di come il mercato della risorsa fossile sia totalmente fuori controllo e condizionato da logiche speculative e interessi di pochi.

Flaring nell’impianto di Sabine Pass, foto © Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon, 8 dicembre 2022

In passato anche Sabine Pass si è dovuto fermare, ma per colpa dei danni provocati dagli uragani, che anche in questa parte di costa che si affaccia sul Golfo del Messico provocano sempre più spesso tremende devastazioni. Salta allora agli occhi il paradosso che gli impianti e le attività estrattive che provocano la crisi climatica siano messe in difficoltà da fenomeni estremi la cui frequenza è in crescita esponenziale. Un fatto sui cui dovrebbero ragionare le banche e istituzioni finanziarie che sostengono questi progetti e le società che li promuovono. Come Intesa Sanpaolo, l’istituto di credito più importante d’Italia. Dal 2016 al 2021, Intesa Sanpaolo ha finanziato con 1,8 miliardi di dollari tutte quelle società che gestiscono i terminal LNG esistenti sulla Costa del Golfo e ne stanno pianificando l’espansione. Circa la metà, 882 milioni di dollari, solamente alla già incontrata Cheniere Energy, mentre 411 milioni sono andati a Freeport LNG. Il 40% dei finanziamenti è concentrato nel biennio 2020-2021, lo stesso biennio in cui è raddoppiata la capacità di esportazione dei terminal LNG statunitensi. Perciò la Oldham chiede “alle banche come Intesa di venire a vedere che cosa vuol dire lo sfruttamento del gas nel mio territorio, perché con i loro finanziamenti stanno firmando la nostra condanna a morte”.

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