Giustizia fossile

La scorsa settimana sono arrivate due sentenze molto rilevanti, che hanno decretato l’assoluzione della più grande azienda fossile italiana, l’Eni, per le sue attività in Nigeria e la pesante condanna  di numerosi attivisti che si sono opposti alla realizzazione del mega-gasdotto TAP in Salento. Due storie che hanno segnato nell’ultimo decennio l’opposizione all’espansione dello sfruttamento di petrolio e gas in Italia e nel mondo.

Il 17 marzo il tribunale di Milano è stato chiamato a decidere sulla presunta corruzione di Eni e Shell in Nigeria per l’acquisizione della licenza esplorativa del blocco OPL245. Per i giudici Marco Tremolada, Mauro Gallina e Alberto Carboni tutti gli imputati e le due società sono innocenti e assolti con formula piena, ossia perché il fatto non sussiste.

La sentenza ha scatenato la gioia dell’ex premier Matteo Renzi e di gran parte della stampa italiana che non vedeva l’ora di attaccare il presunto accanimento contro Eni della Procura di Milano, rea di essere ossessionata dalla necessità di punire ingiustamente la più importante multinazionale italiana, definita il perno centrale del sistema-Italia, che va difeso con spirito patriottico e sovranista senza sé e senza ma.

Le critiche alla Procura di Milano sono ben note dai tempi di Mani Pulite, insomma non costituiscono esattamente una news. Così come la posizione di Renzi & Co era nota da tempo. Ciò che invece ha rivelato un esponente chiave del “fronte garantista”, il direttore Piero Sansonetti de Il Riformista, ha qualcosa di nuovo e particolarmente rilevante: il collegio giudicante sarebbe una rappresentanza di punta della presunta ala destra della giustizia italiana che combatte da sempre quella presunta di sinistra rappresentata dalla Procura di Milano.

Ma il direttore va molto oltre, sembrerebbe dopo aver letto la versione integrale e secretata degli interrogatori di fine dicembre 2019 del pluri-pregiudicato Piero Amara, ex legale esterno di Eni che ha confessato di aver contribuito, tra le altre cose, al presunto complotto fallimentare mirato a depistare il lavoro della Procura sul caso nigeriano. Il quotidiano Il Riformista scrive che Amara ha denunciato che gli avvocati di Eni e del suo ad Claudio Descalzi, rispettivamente Nerio Diodà e l’ex ministro della Giustizia Paola Severino, avevano accesso preferenziale al giudice Tremolada, alludendo così a un processo combinato.

Sansonetti ricorda pure che quando il pubblico ministero Fabio De Pasquale nel processo Nigeria ha chiesto l’acquisizione di questi verbali di interrogatorio nel processo Nigeria, anche se con vari omissis che hanno nascosto questa accusa e di ascoltare lo stesso Amara come testimone, il giudice Tremolada ha negato seccamente l’autorizzazione. Capiamo così che Amara avrebbe potuto tirare in ballo lo stesso collegio giudicante nel presunto complotto, anche se la credibilità dell’ex avvocato vicino a Eni andrebbe sempre vagliata nelle aule di tribunale.

Quindi, come già riportato dal Corriere della Sera, la Procura di Milano si è rivolta al Tribunale di Brescia competente sui magistrati meneghini, ma il procuratore capo ha archiviato l’indagine in breve tempo poiché il personale di Eni interrogato avrebbe negato di aver avuto contatti con i giudici del processo. Sarebbe da chiedere a Sansonetti se sa a quale, tra le due presunte correnti sopra riferite, la Procura di Brescia sia più allineata. Il dato di fatto è che Il Riformista fa capire che c’era il rischio che la pubblica accusa chiedesse una ricusazione del collegio giudicante, ma lo stesso collegio ha evitato che quella discussione avvenisse.

A fronte dell’assoluzione totale di Eni, di cui aspettiamo di leggere le motivazioni che il collegio giudicante ci darà in punta di diritto tra 90 giorni, venerdì scorso è stato il turno della condanna inflitta in primo grado a decine di attivisti che nel 2017 e 2018 avevano commesso atti di disobbedienza civile contro la realizzazione del contestato gasdotto TAP nel Salento, che porterà il gas dall’Azerbaigian in Italia. Nel processo al tribunale di Lecce, la Procura aveva già avuto un atteggiamento controverso, avendo utilizzato fotogrammi estrapolati da video che la difesa ha potuto acquisire solo in un secondo momento, per verificare dopo la visione di ore e ore di girato, ricostruzioni a dir poco tendenziose. Secondo il pubblico ministero, numerose delle accuse sarebbero cadute nel corso del dibattimento, limitandosi a chiedere pene molto contenute e solo per alcuni degli oltre novanta attivisti interessati dai tre procedimenti. Ma per il giudice era poco e ha deciso di raddoppiare o addirittura triplicare le condanne richieste dal pubblico ministero, con condanne complessive per 77 anni. Insomma quasi un monito a chi con la non violenza si oppone alle nuove mega-infrastrutture fossili del paese. Per inciso, su questo caso gli opinion-leader presunti garantisti non hanno nulla da dire.

Da questa controversa settimana per la giustizia italiana, possiamo chiaramente dedurre la priorità del Sistema-paese a difendere senza esitazioni i campioni ed i progetti fossili italiani, e guai a chi li mette in discussione.

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