Gas killer del clima, peggiore di petrolio e carbone

copertina dello studio di Energy Watch group

[di Elena Gerebizza]

Il tema della chiusura delle centrali a carbone si scontra in Italia con quello della loro sostituzione con nuovi impianti turbogas, che il governo e le società coinvolte – Enel e A2A in primis – propongono come necessari, e sopratutto meno inquinanti di quelli a carbone. Anche fuori dalla provinciale Italia, e del nostrano dibattito debole e poco informato sul tema dell’energia, il fatto che “il gas inquini meno del carbone” è un assioma che negli ultimi anni ha trovato una sua affermazione in tutti gli ambiti istituzionali. Tuttavia sono sempre più numerose le voci scientifiche a dire che forse non è proprio così.

Non da ultimo, il think tank tedesco Energy Watch Group, ha cercato di fare chiarezza sull’impatto reale di una conversione a gas di centrali termoelettriche e impianti di riscaldamento funzionanti a carbone e petrolio, tema questo molto caldo anche in Germania. E così partendo da un confronto con i dati forniti dall’IEA, l’Agenzia internazionale per l’energia, lo studio guarda da un lato alle emissioni complessive di gas climalteranti – e non solo a quelle di CO2- collegati a una conversione a gas e estende l’osservazione alla filiera completa del gas fossile, dall’estrazione al trasporto all’utilizzo finale.

I dati che emergono dallo studio – scaricabile qui – stravolgono totalmente il “sentire comune” propagandato dalle istituzioni e dall’industria in merito all’impatto del gas sul clima: secondo lo studio, sostituire le centrali a carbone esistenti con nuove centrali a gas porterebbe a un aumento complessivo delle emissioni di gas a effetto serra del 41%. 

Elemento dirimente per l’Energy Watch Group è che nel calcolare l’impatto reale del gas sul clima, oltre alle emissioni di CO2 vanno prese in considerazione quelle di metano. Lo studio afferma infatti che già oggi le emissioni di metano collegate all’estrazione, trasporto e utilizzo del gas fossile corrispondono al 5% delle emissioni globali, mentre il totale delle emissioni di metano sarebbe il 41% delle emissioni globali di gas climalteranti. Dati questi che solo negli ultimi anni iniziano a essere presi in considerazione, e che emergono da ricerche realizzate su base continentale, che guardano alle emissioni collegate alle diverse fasi della filiera del gas.

Tra queste, uno studio del 2018 sulla fornitura di petrolio e gas naturale negli Stati Uniti, sempre più derivata dall’estrazione da scisti (shale gas/ shale oil), in cui gli autori concludono che le emissioni complessive di metano sarebbero del 60% più alte di quelle stimate dall’Agenzia di protezione dell’ambiente statunitense, l’EPA.

Inoltre, gli autori dello studio sottolineano che anche le emissioni di metano legate all’utilizzo finale del gas sono di solito escluse dalle valutazioni, mentre invece dovrebbero essere conteggiate. Il tutto tenendo conto anche delle perdite da parte degli stessi impianti, che, secondo un altro studio statunitense datato 2017, aggiungerebbero un ulteriore 10% alle emissioni di metano di altre parti della filiera del gas fossile. Sul tema delle perdite – i cosiddetti leak – si sarebbe espressa anche la Commissione europea. In base a un suo studio del 2015, le perdite più significative di metano si conterebbero nel trasporto a lunga distanza, sia via tubo (quindi, tramite gasdotti) che via nave, ovvero legato al trasporto di gas liquefatto lungo distanze fino a 4000 chilometri, ad esempio dal Giappone o dalla Cina.

Un altro studio del proffessor Howarth del 2019, citato dall’Energy Watch Group, sarebbe l’aumento dell’estrazione di petrolio e gas dagli scisti – e la loro esportazione – ad avere reso il settore del trasporto di petrolio e gas la causa principale delle emissioni di metano a livello globale.

Dati di cui tenere conto, specie alla vigilia dell’attesa decisione del board della Banca europea degli investimenti (BEI) in merito alle nuove linee guida per i prestiti nel settore energetico della banca dell’UE, a metà novembre. Diversi stati membri – e azionisti della BEI – stanno facendo resistenza alla proposta di chiudere il rubinetto dei prestiti ai combustibili fossili dalla fine del 2012, e l’oggetto del contendere sarebbe proprio il settore del gas, che diversi governi dipingono come strategico anche nella lotta ai cambiamenti climatici. Niente di più falso e ipocrita, possiamo dirlo dati alla mano anche al governo italiano, che ancor oggi propone di costruire nuovi gasdotti e impianti di rigassificazione:  pensiamo all’EastMed – Poseidon, o al progetto di un nuovo gasdotto in Sardegna e dei diversi rigassificatori proposti per l’isola, magari garantendo sgravi e sussidi ai costruttori. 

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