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Eni e le tangenti in Nigeria/capitolo 3. La storia continua

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Palazzo di Giustizia a Milano. foto Massimo Lupo/ Re:Common, marzo 2018

[di Luca Manes] pubblicato su valori.it

“Eppur si muove!”. La celebre frase di presunta fattura galileiana fotografa alla perfezione lo stato attuale del processo milanese per il caso OPL 245, la presunta tangente pagata dai manager di Eni e Shell per aggiudicarsi un ricco giacimento offshore in Nigeria. Dalla data del rinvio a giudizio, il 20 dicembre del 2017, sono seguite due “puntate” (5 marzo e 14 maggio) a dir poco interlocutorie, esauritesi nell’arco di pochi minuti.

Il terzo segmento di questa storia che si preannuncia molto lunga ha quanto meno occupato un’intera mattinata (ieri, 20 giugno) e si è conclusa con un primo passaggio sostanziale: il presidente del collegio giudicante, Marco Tremolada, ha ammesso con decreto la citazione di responsabilità civile avanzata all’Eni e alla Shell dall’avvocato Lucio Lucia, l’ennesimo e questa volta definitivo legale nominato dal governo di Abuja.

La Nigeria presenta il conto

Insomma, la Nigeria si prepara a presentare il conto alle due multinazionali petrolifere per i mancati introiti legati alla vendita della licenza. Val la pena ricordare che gli 1,1 miliardi di dollari pagati dall’Eni per OPL 245 sono solo transitati su un conto del governo nigeriano, ma poi si sono dispersi in mille rivoli diretti a politici e faccendieri nigeriani. Di fatto ingenti fondi, che potevano essere destinati a migliorare la sanità o l’istruzione del Paese africano, sono serviti per scopi molto meno nobili.

Qualora l’azione di responsabilità dovesse andare avanti, gli scenari all’orizzonte sono molteplici, non ultima una possibile soluzione transattiva.

Nel frattempo anche gli avvocati difensori non sono rimasti con le mani in mano, facendo fronte compatto contro la costituzione delle varie parti civili. Una lista che si è allungata con la presenza di un’azionista: Marco Bava. Un fedelissimo delle assemblee di Eni (e non solo), mai tenero con i vertici aziendali.

Parola alla difesa

Dagli affollatissimi banchi della difesa – ma almeno rispetto all’ultima volta l’aula riservata all’udienza era un po’ più spaziosa e non afflitta da temperature tropicali – si è levata una litania di contestazioni sulla genericità degli statuti delle Ong presenti (Re:Common, le inglesi Global Witness e Cornerhouse e la nigeriana HEDA Resource Centre). “Non si occupano realmente di corruzione”, potrebbe essere la sintesi del messaggio veicolato nei confronti del collegio. Singolare, visto quanto fatto invece negli anni dalle varie organizzazioni (che il caso OPL 245 lo seguono assiduamente da tempo).

È il gioco delle parti, che vale anche quando gli stessi avvocati provano a “buttare fuori” dal processo la stessa Nigeria, adducendo motivazioni formali e sostanziali. Tanto che alla fine la vera vittima sembra il principio della concorrenza internazionale, non uno Stato. Il Pm Fadio De Pasquale si inalbera, i legali delle parti civili partono al contrattacco, ben contenti del diritto di replica accordato loro dal presidente Tremolada e, quando sembra che l’udienza possa prendere una piega ancora più movimentata e ricca di suspense, ecco il vero anticlimax.

Se ne riparla il 20 luglio, se necessario anche il 21. Sperando nella clemenza del clima più che della corte e nell’assenza di ondate di calore neroniane, il quarto episodio ci dirà finalmente se saranno o meno accettate le parti civili e verterà sulle varie questioni preliminari (come le carte che potrebbero essere “tolte” dal fascicolo processuale e altre amenità varie). Sempre che non torni d’attualità il vizio di forma rilevato dagli avvocati dei manager Shell nel dispositivo di rinvio a giudizio, che nel loro caso era monco, mancavano le imputazioni.

Di recente la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il loro ricorso, ma hai visto mai che il tema possa tornare d’attualità.

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