Dopo Doha un altro strumento di mercato per far finta di ridurre le emissioni?

finanza e clima
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[di Elena Gerebizza]

Dopo anni di lavoro dietro le quinte nel ruolo di direttore generale del ministero dell’Ambiente, l’attuale ministro Corrado Clini alza il profilo del governo italiano sulla questione climatica, facendosi promotore della proposta di sostituire il mercato delle emissioni europeo (ETS – Emission Trading Scheme) – che versa in crisi profonda oramai da mesi – niente di meno che con una tassa sul carbonio.

La proposta – ripresa dalla Reuters ma di cui non sono pubblici i dettagli – dovrebbe essere presentata al prossimo incontro dei ministri dell’Ambiente europei, in programma il 17 dicembre.

L’Italia entra così a gamba tesa in un dibattito che sta letteralmente spaccando la Commissione e i suoi esperti, alla ricerca di una soluzione tecnica per salvare uno strumento, per l’appunto l’ETS, con il rischio però di perdere di vista l’obiettivo finale, ovvero la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra in atmosfera. Un risultato che l’ETS, in vigore dal 2005, non è riuscito a garantire.

Tra le numerose contraddizioni interne che hanno viziato l’ETS fin dall’inizio, c’è quella della capacità del mercato interno di determinare “il giusto prezzo” del carbonio, fissando un tetto massimo di emissioni e abbassandolo per incentivare la riduzione delle emissioni. Cosa che per vari motivi non è accaduta, richiedendo in diversi momenti l’intervento da parte della Commissione e di istituzioni come la Banca Europea degli investimenti, con ripetuti acquisti di certificati di riduzione – conosciuti anche come offsets – per centinaia di milioni di euro.

Tutto inutile. Ad aprile i prezzi scendono a 6,04 euro per i permessi e a 3,48 euro per i certificati di riduzione, aprendo ufficialmente la “crisi” dell’unico strumento per il clima di cui l’UE ha scelto di dotarsi. Da quel momento a oggi il crollo è continuato: a dicembre 2012 siamo a 0,15 euro per i permessi e a 0,31 euro per i certificati di riduzione, ed è giusto chiedersi che ne sarà dei crediti acquistati e della montagna di derivati finanziari ad essi collegati…

In realtà la proposta del nostro ministro dell’Ambiente contiene già diverse risposte. Già perché Corrado Clini è tra quelli che dall’inizio ha creduto nel mercato, istituendo il Carbon Fund italiano presso la Banca Mondiale e incentivando la partecipazione di aziende italiane nel grande business del carbonio. L’obiettivo, come dicono gli stessi investitori, è fare cassa, non certo il clima.

Ora che la nave sta affondando, e che soldi per nuovi interventi è più difficile scavarli da un bilancio in austerity, è più semplice proporre una misura che garantisca un gettito (magari nazionale), magari escludendo la grande industria (continuando cioè a garantirle un privilegio, come già fatto con l’ETS, permettendole di continuare a inquinare), e andando a colpire altri settori. Sempre con l’obiettivo di fare cassa, continuando peraltro a investire risorse pubbliche italiane in progetti di sostegno all’espansione di mercati di carbonio legati alle foreste.

Il recente risultato del negoziato multilaterale di Doha ha messo nero su bianco che per la Commissione europea la questione climatica – come definita dall’ETS – è incentrata su mercato e finanza, non sulla riduzione delle emissioni. A Doha infatti si è salvato il Protocollo di Kyoto, avviando l’implementazione della sua seconda fase. Si sono salvati i meccanismi di mercato fondamentali per continuare il business del carbonio ed espanderlo in altri ambiti e addirittura a interi settori dell’economia. Poco si è salvato invece degli obiettivi di riduzione, fissati al 18% entro il 2020, contro quelli del 40% necessari a mantenere l’aumento della temperatura globale sotto la soglia (comunque preoccupante) dei 2°C.

Così a Doha i governi europei si sono guardati bene dall’impegnarsi con nuovi finanziamenti per i paesi poveri, più esposti ai cambiamenti climatici e in molti casi lontani da quell’industrializzazione che ha causato la crisi climatica e ambientale internazionale.

Al contrario, seguono da vicino la Banca Mondiale e esperti del settore finanziario che nei prossimi mesi definiranno la struttura finanziaria del Fondo Globale per il clima in una logica finanziarizzata dall’inizio, che vorrebbe utilizzare le risorse pubbliche per coprire il rischio di capitali privati come in un mega fondo di investimento che opera sui mercati dei capitali.

In breve, che viva o muoia il mercato, finché non si aprirà lo spazio per ragionare fuori dalla sua logica sarà difficile definire un percorso che ci guidi fuori dalla dipendenza dai combustibili fossili e verso una vera transizione.

Leggi anche il comunicato della società civile europea sul tema: http://www.counterbalance-eib.org/?p=2067

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