Dakota Access Pipeline, ABM AMRO si sfila, Banca Intesa rimane?

Foto Pax Ahimsa Gethen, CC BY-SA 4.0

[di Luca Manes]
ABN AMRO ha annunciato la scorsa settimana che smetterà di finanziare la Energy Transfer Equity (ETE) se il Dakota Access Pipeline verrà costruito senza il consenso della tribù Sioux di Standing Rock o se per domare le proteste si continuerà a fare uso della forza.

All’ETE  fa capo l’Energy Transfer Partners (ETP), ovvero il principale promotore della Dakota Access LLP, la compagnia che si occupa della realizzazione dell’oleodotto. L’olandese ABN AMRO non fa parte del consorzio di 17 banche che sta direttamente sostenendo il progetto dell’oleodotto però, come tanti altri soggetti finanziari, ha finora fornito i suoi servizi alle principali aziende dietro all’oleodotto, ETE, ETP e Sunoco Logistics, per una somma di 45 milioni di euro. Molto utile ricordare che tra le 17 banche appena menzionate figura anche l’italiana Intesa Sanpaolo, che per il momento non ha manifestato alcuna intenzione di riconsiderare il suo impegno.

Intanto la rete europea Banktrack fa sapere che sono state ben 700mila persone a firmare la petizione per chiedere agli istituti di credito coinvolti in questa vicenda di ritirare il loro sostegno finanziario. Numerose quelle che hanno chiuso i loro conti correnti presso le banche “incriminate”, così da portare a un ritiro di fondi che Banktrack stima intorno ai 55 milioni di euro.

Sul fronte opposto, l’amministrazione Trump sta aumentando la sua pressione sull’Army Corps of Engineers per “invitarlo” a rivedere la sua decisione dello scorso dicembre, quando l’organismo militare non rilasciò i permessi necessari per l’inizio dei lavori sulla base di ragioni di tutela ambientale.

Le comunità Sioux di Standing Rock fanno sapere di non aver alcuna intenzione di far un passo indietro, ma anzi intendono intensificare la loro protesta contro un’opera destinata a devastare i loro territori.

Una cosa è certa, in giro per il mondo possono contare su numerosi alleati.

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