Clini e la Banca mondiale lanciano messaggi. Ma saranno giusti?

Protesta al vertice di Copenhagen 2009 contro le politiche della Banca mondiale sul clima - foto Gerebizza
Protesta al vertice di Copenhagen 2009 contro le politiche della Banca mondiale sul clima - foto Gerebizza

[di Elena Gerebizza]

Un programma di comunicazione sui cambiamenti climatici. É questa una delle aree di lavoro centrali coperte da una campagna del governo italiano in partnership con la Banca Mondiale e la Global Environmental Facility.

La settimana scorsa, a ridosso dell’inizio degli incontri annuali della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale in corso a Tokyo fino al 14 ottobre 2012, il ministro dell’Ambiente Corrado Clini si è recato a Washington per “rafforzare la collaborazione operativa” tra il proprio dicastero e la Banca Mondiale.

Scopo dell’incontro, secondo il comunicato stampa diffuso dal Ministero, è stato quello di confermare ai rappresentanti della World Bank le priorità dell’Italia in tema di tutela dell’ambiente e di cambiamenti climatici. Priorità che non vengono esplicitate in termini di riduzioni delle emissioni interne, né di contributi ai paesi poveri che soffrono gli impatti dell’innalzamento delle temperature, ma riguardano aspetti di “comunicazione” e di partenariato tra settore pubblico e privato in Italia e in altri paesi. Aspetti talmente centrali da avere spinto il ministero dell’Ambiente, assieme alla Banca Mondiale, a creare nel 2009 un fondo ad hoc chiamato “Communication for Climate Change (CCC)”, di cui ad oggi l’unico governo donatore è appunto l’Italia, che secondo le cifre fornite dalla Banca Mondiale vi avrebbe investito circa 300mila euro in campagne di comunicazione sui cambiamenti climatici svolte nei paesi poveri…

Un paradosso? Forse no. Tra le tre campagne citate nel rapporto annuale pubblicato dalla Banca sui Fondi che gestisce (oltre mille fondi, per un totale di circa 23 miliardi di dollari, ndr), il CCC avrebbe finanziato nel 2010-2011 un “dialogo sul carbone” in Sudafrica, proprio nel periodo in cui il Board della Banca si spaccava sulla decisione di sostenere o meno la centrale a carbone di Medupi. Ovvero il terzo più grande impianto a carbone al mondo, causa di aspri conflitti sociali con le comunità sudafricane minacciate non solo dalla centrale e dalle sue emissioni, ma anche dalle diverse miniere di carbone che si continuano ad avviare per alimentarla.

Dando un’occhiata alla campagna e alla community creata su Facebook (e finanziata dallo stesso fondo) tra gli sponsor e partners figurano nomi di aziende come Autogrill e Unicredit, oltre a organizzazioni “controverse” come il Climate Group, che tra i partners del settore privato include grandi multinazionali come Dell, Coca Cola, Nike, Philips, ma anche gruppi finanziari come Goldman Sachs, HSBC, JP Morgan Chase e fondi specializzati nel settore dei crediti di carbonio come Greenstone Carbon Management.

Insomma, sarebbe interessante se il Ministro Clini e la Banca mondiale chiarissero quali sono i messaggi che l’iniziativa veicolerà, nel quadro di questa rafforzata partnership con la Banca mondiale. Un messaggio che possa permettere alle grandi aziende di continuare indisturbate con il business as usual in territori martoriati proprio dal modello estrattivista e rivolto all’esportazione, causa primaria della crisi climatica che proprio nei paesi poveri miete più vittime? O un messaggio che permetta a questi paesi di comprendere i motivi reali della crisi climatica e di definire in autonomia quale modello economico portare avanti per garantire una vita migliore alle comunità locali? La risposta potrebbe interessare anche alle comunità sudafricane che vivono vicino alla centrale di Medupi, che sanno benissimo cosa siano i cambiamenti climatici, e che alla Banca mondiale hanno chiesto incessantemente di non finanziare Medupi proprio perché la migliore misura per catturare le emissioni è lasciare carbone, petrolio e gas nel sottosuolo.

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