
[di Antonio Tricarico] pubblicato su Il Manifesto del 18/06/13
Dopo la sbornia e l’inconcludenza dei vertici G20 aperti alle nuove potenze emergenti, il G8 iniziato ieri a Lough Eme, in Irlanda del Nord, doveva essere l’incontro che rilanciava il gruppo più ristretto di vecchie potenze, per promuovere una nuova agenda economica globale di cooperazione del Nord del mondo e far fronte alla sfida dei paesi emergenti e alle incognite della crisi. Ma il summit irlandese rischia di finire con la solita dichiarazione di intenti che nasconde profonde divisioni.
Il netto conflitto d’altri tempi tra Usa e Russia sulla questione siriana ha creato tensione alla vigilia e tolto la scena alle portate economiche preparate da tempo dal premier britannico David Cameron su crescita e lavoro. Un menu per gli otto grandi che mira a ottenere qualche azione concreta, dopo la lunga serie fallimentare di vertici internazionali negli ultimi anni.
Al governo inglese non è bastato carpire e smussare gli umori prima del G8. Questa volta però con incontri bilaterali e non spiando i computer e i telefoni delle delegazioni dei vari paesi, come, secondo quanto rivelato dal Guardian, sarebbe avvenuto nell’aprile 2009 in occasione del G20 di Londra nel pieno della crisi finanziaria globale.
A poco è servito il pre-incontro dei quattro “grandi” europei per ridurre le distanze su alcuni temi, incluso il negoziato di libero commercio tra Europa e Stati Uniti, il cui lancio è stato annunciato a margine del G8. Il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ha attaccato frontalmente il governo Hollande per aver richiesto – e ottenuto – da Bruxelles l’esclusione del settore audiovisivo, tanto caro agli interessi francesi.
Barack Obama ha benedetto il negoziato come la panacea per dare lavoro ai milioni di giovani disoccupati europei, ma in realtà tanti settori – e posti di lavoro – rischiano di essere sacrificati ancora una volta in Ue come negli Usa in nome dei mercati globali.
Da non sottovalutare le implicazioni politiche complessive della mossa euro-atlantica: fuori del G8 questo accordo di libero scambio sarà visto inevitabilmente come il superamento dell’attuale regime dell’organizzazione mondiale del commercio, incapace dalla sua creazione 20 anni fa di siglare nuove intesa nell’ambito delle liberalizzazione. In questo modo un rinato blocco del Nord si confronterebbe con più forza con i paesi emergenti dei Brics, cercando di imporre nuovi standard e regole con cui avere ancora un qualche vantaggio competitivo. Ma questo è solo l’inizio di una partita lunga e per nulla scontata.
Oggi il governo Cameron cercherà di portare a casa almeno il suo piano delle tre “t”: tasse, trasparenza e commercio (dall’inglese trade). E’ paradossale che il governo di Londra, paladino delle elite finanziarie della City – essa stessa il più potente paradiso fiscale sul pianeta – si erga a paladino della crociata globale contro l’evasione e l’elusione fiscale. E’ proprio l’austerità combinata con un inevitabile innalzamento delle tasse per far quadrare i conti, a fronte di una riduzione dell’imponibile in seguito alla perdurante recessione, che per una volta spinge i governi europei a far pagare anche al grande business un po’ di tasse.
Cameron spinge per un accordo che renda noti i veri proprietari delle imprese tramite registri pubblici, nonché per la ratifica da parte di tutti a livello mondiale dell’accordo Ocse per lo scambio di informazioni in materia fiscale. Ma una cosa è l’evasione e un’altra l’elusione fiscale, oggi legale grazie ai vuoti normativi a livello internazionale. Le misure auspicate, ma avversate dai G8 non europei, sarebbero un indubbio passo avanti per la trasparenza. Resta da capire quanto il problema dell’elusione fiscale delle multinazionali sarà poi risolto davvero, dal momento che i paradisi fiscali non cesseranno di esistere in una notte, contrariamente a quanto sostenuto da Barroso e dagli altri leader.
Per altro un terzo di queste giurisdizioni sono dipendenze della Corona britannica, ma non si sentono molto parte del G8 e dei suoi impegni. Già quattro anni fa gli stessi paesi se la cavarono senza problemi nonostante le deliberazioni, poi rimaste vuote, del G20 londinese. I vertici e i politici passano, i trucchi e i paradisi fiscali restano.