Alaska, stop alle trivellazioni offshore

La piattaforma Kulluk della Shell in Alaska - 30 dicembre 2012. ©US Coast Guard / Greenpeace

Una Corte d’Appello degli Stati Uniti ha dato ragione a varie comunità di nativi e a un gruppo di organizzazioni ambientaliste, dichiarando illegittima una serie di concessioni estrattive offshore in Alaska accordata nel 2008 dal governo di Washington a sette compagnie petrolifere. Tra queste anche la Shell che pochi giorni dopo la sentenza – emessa una settimana fa – ha annunciato ufficialmente di aver sospeso tutte le attività in territorio articolo almeno per l’intera durata del 2014.

I contratti siglati dalla oil corporation anglo-olandese e dalle altre società nel 2008 prevedevano la possibilità di cavar fuori dai fondali del Mare di Chukchi sia gas che petrolio. La Shell aveva finito per investire 2,1 miliardi di dollari nel progetto, trovandosi però ben presto a dover fronteggiare la fiera e irremovibile opposizione della comunità dei nativi Inupiat. Quest’ultima, insieme a un gruppo di organizzazioni ambientaliste, ha quindi accolto con enorme favore la decisione della Corte d’Appello.

Già un tribunale di prima istanza aveva chiarito che mettere sotto assedio delle trivelle uno degli ecosistemi più fragili e complessi del Pianeta, ponendo a forte rischio la sicurezza alimentare della popolazione locale, era di fatto un pazzia. Specialmente quando le analisi degli impatti ambientali erano state condotte in maniera a dir poco deficitaria, sia precedentemente che successivamente sentenza di primo grado. O meglio, per dirla con le parole dei portavoce dei nativi, la politica aveva fatto gli interessi di grandi soggetti privati e non degli abitanti della regione.

Per gli Inupiat la corretta gestione e la protezione dell’ambiente artico sono due presupposti fondamentali per la protezione dei loro diritti umani, come stabilito in vari trattati internazionali.
Ora ci sarà comunque un supplemento di analisi ambientale, ma la decisione della Shell di fare un passo indietro appare un chiaro segnale delle difficoltà da vari punti di vista – anche operativo – nel portare avanti le attività estrattive in un contesto così difficile e a rischio.

Le balene e le foche del Mar di Chikchi per il momento possono dormire sonno tranquilli, in attesa di sviluppi futuro che, visti gli interessi in gioco, di sicuro non mancheranno.

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