Si scrive TAP, si legge incertezza…

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Centro congressi Heydar Aliyev, Azerbaigian, dove si è svolto l’incontro dell'Advisory Council sul corridoio sud del gas. Foto © Eana Korbezashvili/Bankwatch

[di Elena Gerebizza]

Lo scontro sul TAP (il gasdotto Trans Adriatic Pipeline) si fa sempre più acceso dopo l’incontro dell’Advisory Council per il Corridoio sud del gas tenutosi a Baku lo scorso 23 febbraio, nello scintillante centro conferenze Heydar Aliyev.

Le dichiarazioni del vice-presidente della Commissione europea Maros Sefcovic e quelle del ministro Carlo Calenda, che ha partecipato all’incontro a nome del governo italiano, sono il termometro di un momento critico, di cui i ritardi nella costruzione in Italia sono solamente il sintomo.

Intervistato a margine dell’incontro, Sefcovic si è dichiarato pronto a volare su Bari per incontrare il presidente della regione Puglia Michele Emiliano, e trovare “una soluzione politica” ai ritardi italiani. Allo stesso tempo Calenda avrebbe dichiarato che i lavori di espianto degli ulivi sarebbero iniziati “già la settimana successiva”.

Invece, di ritorno da Baku, il ministro ha dovuto prender atto che non solo l’espianto era lontano dall’avere inizio, ma addirittura lo stesso tracciato della tratta italiana del gasdotto poteva subire variazioni significative. Proprio in quel frangente la società TAP aveva depositato presso il ministero dell’Ambiente la documentazione relativa alla progettazione del cosiddetto “micro-tunnel”, una delle sezioni più contestate del gasdotto dalla commissione di esperti del Comune di Melendugno, che assieme al Comitato No TAP da anni sta “facendo le pulci” progetto. Contestazioni che il Ministero dell’Ambiente aveva a suo tempo accolto, includendole in numerose delle 58 prescrizioni vincolanti alla VIA (valutazione di impatto ambientale).

Il ministero ha quindi aperto una consultazione di 30 giorni – http://www.va.minambiente.it/it-IT/Oggetti/Info/625 – per decidere se le modifiche presentate sono sostanziali e se quindi andrebbe riaperta una procedura VIA per il micro-tunnel. La domanda potrebbe essere retorica visto che, a detta del Comitato No Tap, il nuovo progetto è sostanzialmente diverso da quello sottoposto a VIA nel 2014 e non sembrerebbe rispondere alle prescrizioni imposte dal ministero, né offrire maggiore tutela dal punto di vista ambientale.

Una bella gatta da pelare per il governo italiano, minacciato tra l’altro di “sanzioni” dal ministro dell’energia azero Natig Aliyev. A margine dell’incontro a Baku, Aliyev avrebbe detto – in riferimento ai ritardi nella costruzione in Italia – che “qualunque delle parti che non tenga fede agli accordi, sarà sanzionata”.
https://report.az/en/energy/southern-gas-corridor-countries-not-fulfilling-obligations-will-be-fined/
Ora nel caso dell’Italia, è difficile capire l’entità delle potenziali sanzioni, visto che nessun accordo vincolante tra le parti sarebbe mai stato firmato, a detta dell’esecutivo italiano.

Ci chiediamo quindi quale delle due “fazioni” l’abbia sparata più grossa. Ma se davvero un accordo vincolante fosse stato firmato dal governo italiano, come mai non è stato reso pubblico?

Poi c’è la questione Xylella: ben quattro dei duecento ulivi che dovrebbero essere espiantati per primi sembrano essere affetti dal batterio incriminato. La regione Puglia potrebbe permetterne l’espianto, come previsto dal decreto straordinario orientato a evitare che l’emergenza sanitaria “blocchi” la costruzione di grandi opere già autorizzate e le cui opere accessorie fossero già completate. Ma questo non ci risulta essere il caso del TAP, che sta fermo a una fase molto più preliminare, e che non avrebbe nemmeno avviato la procedura per definire dove e come andrebbero stoccati gli ulivi.

Se la preoccupazione del governo Gentiloni è offrire rassicurazioni ai potenziali investitori, forse il primo passo dovrebbe essere quello di affrontare le questioni aperte legate proprio alla realizzazione del progetto. Anche per fare una reale verifica dei costi, e chiedersi se oggi, nel 2017, l’opera abbia davvero senso.

Più che cercare una soluzione “politica” per affrontare i ritardi, forse questi stessi ritardi possono diventare l’opportunità per sfilarsi da una nave che sta mezzo affondando già all’inizio del viaggio, e che rischia di divenire l’ennesimo buco nero per le finanze pubbliche italiane e europee.

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