Una sentenza con molte ombre

Il presidente Nigeriano Buhari firma la legge di bilancio 2018. Photo credit: State House

[di Luca Manes] pubblicato su Nigrizia.it

La Nigeria dovrà pagare un indennizzo di 8,9 miliardi di dollari alla compagnia britannica Process and Industrial Developments Limited (P&ID). È quanto ha stabilito la scorsa settimana un tribunale arbitrale con sede a Londra.

Le amministrazioni dei presidenti Olusegun Obasanjo, Umaru Yar’Adua e Goodluck Jonathan, afferma l’arbitrato, non avrebbero rispettato gli obblighi contrattuali derivanti da un accordo di fornitura e trattamento del gas, siglato nel 2010 tra la P&ID e il ministero delle Risorse petrolifere della Nigeria.

Il contratto aveva una durata di 20 anni, ma il governo di Abuja lo avrebbe disatteso, causando alla società del Regno Unito ingenti perdite. Il progetto della P&ID avrebbe garantito al paese africano 3mila megawatt di elettricità. Il processo di raffinazione doveva aver luogo presso gli impianti di trattamento del gas che P&ID avrebbe dovuto costruire in un sito a Calabar, la capitale dello stato del Cross River.

In base a quanto riportano i media nigeriani, si evince che la P&ID nel 2013 aveva riconosciuto l’impossibilità di procedere con il progetto, ma da quel momento in poi non è mai stato raggiunto un accordo transattivo, nonostante una proposta di pagamento di 850 milioni di dollari, avanzata nel 2015 ma rigettata dall’attuale presidente Muhammadu Buhari.

L’ingente somma da pagare alla P&ID comprende 6,6 miliardi di danni e 2,3 miliardi di interessi (calcolati per un totale di 1,2 milioni al giorno).

Le conseguenze della sentenza saranno devastanti, basti pensare che le riserve di valuta estera della Nigeria sono pari a circa 43,2 miliardi di dollari. Secondo il dispositivo del tribunale londinese guidato dal giudice Hoffman, la compagnia britannica potrà ottenere il pignoramento dei beni nigeriani su suolo inglese, qualora Abuja non dovesse pagare il dovuto entro domani.

Singolare come nel panel arbitrale sedesse anche un ex ministro nigeriano: Bayo Ojo. Ovvero il titolare del dicastero della Giustizia dal 2003 al 2007 (sotto la presidenza Obasanjo), nonché, e qui spunta un rilevantissimo legame con gli affari italiani, l’ex consulente legale di Dan Etete. Quest’ultimo è il titolare di fatto della società che ha venduto la licenza per il blocco petrolifero OPL 245 a Eni e Shell, vicenda per la quale è in corso a Milano un processo per corruzione internazionale.

Ojo ha appena testimoniato davanti alla corte, presieduta dal giudice Marco Tremolada. Tra vari «non ricordo» e risposte negate, ha però ammesso di aver ricevuto 10 milioni di dollari per i “servizi” prestati per il buon esito del negoziato su OPL 245 – sebbene la somma pattuita fosse addirittura di 50 milioni – e di essere ancora in rapporti d’affari con l’ex alto dirigente dell’Eni Vincenzo Armanna, uno degli imputati del processo milanese.

«Questo arbitrato internazionale è stata una vera vergogna», ha commentato Antonio Tricarico di Re:Common. «Non solo per il conflitto di interessi di Bayo Ojo, che per altro nel 2007 una corte inglese aveva trovato disonorevolmente colpevole di “condurre un’avvocatura non appropriata”, ma anche perché i legali della Nigeria hanno di fatto evitato di difendere davvero il paese, quasi che si volesse far perdere il governo Buhari. Un arbitrato privato opaco, come sempre in questo istituto, ma forse addirittura con le parti truccate. Perché pagare allora 9 miliardi di dollari, tra l’altro a una società registrata alle Isole Vergini Britanniche, noto paradiso fiscale?» ha concluso Tricarico. Già, perché?

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