Eni, e in rapida successione IP e Q8, hanno fissato un tetto temporaneo ai prezzi dei carburanti alla pompa. Secondo vari media è stata proprio la premier Giorgia Meloni a sollecitare l’ad di Eni, Claudio Descalzi, a fare qualcosa per alleviare il peso della crisi energetica sulle tasche dei cittadini.
La mossa di Eni arriva in un momento topico per la discussione sull’imposizione di una tassa specifica sugli extra-profitti che le grandi società energetiche stanno accumulando in seguito all’aumento del prezzo di petrolio e gas sui mercati mondiali in seguito all’aggressione statunitense e israeliana di fine febbraio 2026.
Basta extra-profitti: facciamo pagare la crisi ai colossi fossili.
Profitti in eccesso generati non per la sapienza dei manager delle società ma semplicemente per fattori esogeni e non dovuti al loro operato, che nella letteratura economica anglosassone sono chiamati “windfall profits”. Dalla trimestrale del periodo aprile-giugno 2026, Eni ha riportato un raddoppio dell’utile netto su base annua. Facendo una proiezione a partire dai dati 2025, se la situazione di crisi permanesse fino a fine anno Eni potrebbe generare un utile netto di circa 10 miliardi di euro nell’anno in corso.
Pur lasciando un margine di discrezione e ricordando che la stragrande maggioranza dei profitti della società sono ancora generati dal business dell’estrattivismo fossile, questo vorrebbe significare un extra-profitto di 4,5 miliardi di euro, che tassato al 33 per cento genererebbe un introito di 1,5 miliardi di euro. Ma nulla proibisce l’imposizione di un’aliquota maggiore. Quindi il “contributo di solidarietà” volontario di Eni è davvero poca roba rispetto a quello che lo Stato potrebbe riscuotere con una tassazione dei profitti generati in seguito alla crisi.
Facendo due calcoli sulla base di dati pubblici, con lo “sconto alla pompa” Eni ci rimette circa 100 milioni di euro al mese. Essendo però un’azienda integrata che opera in ogni settore della filiera petrolifera, dall’estrazione alla vendita passando per la raffinazione, la società avrebbe ampi margini per compensare il mancato introito. Ad esempio, Eni vende anche il petrolio che va nelle raffinerie e i derivanti prodotti finiti. Senza considerare il trading finanziario dell’azienda che accompagna ogni passaggio lungo tutta la filiera degli idrocarburi. Non è un caso che chi critica la mossa di Eni da un punto di vista di mercato sono proprio i competitor che non hanno una presenza in tutti i segmenti della filiera.
Si aggiunga che Eni si è già impegnata a dare un extra-dividendo ai suoi azionisti riguardo ai risultati del 2026 se il prezzo del greggio rimarrà sopra un certo livello. Situazione che continua a verificarsi, e quindi la decisione di Eni sul prezzo di vendita dei carburanti non impatta in ogni caso tale decisione, ne contrarierà alcun azionista.
Questa presunta beneficenza va quindi rispedita al mittente, e chiesto con ancora maggiore forza al governo di prendersi le proprie responsabilità e tassare gli extra-profitti fossili di Eni e delle altre società energetiche italiane.