Un futuro per niente remoto

a cura di ReCommon e Placemarks

1. Un grande deposito di CO2 a Ravenna

“Ravenna CCS” è il progetto di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica promosso da una joint venture tra le due grandi corporation fossili italiane a controllo pubblico: ENI e Snam. Il progetto, attualmente nella sua fase pilota, mira a realizzare una serie di infrastrutture su terra e in mare orientate a raccogliere e trasportare la CO2 dall’Emilia Romagna e dal Veneto verso i giacimenti esausti di ENI nell’Alto Adriatico (Porto Corsini Mare Ovest, con le piattaforme PCW-T, PCW B-C; Agostino C; Garibaldi C e Garibaldi D). Con non poche criticità.

Tra queste c’è una “anomalia” iniziale. Il ministero dell’Ambiente ha infatti stabilito che potrà avvalersi di “società aventi comprovata esperienza nei settori della cattura, trasporto e stoccaggio di CO2” per la predisposizione dello studio che strutturerà la normativa, nonché la regolazione tecnica, economica e finanziaria della filiera CCS in Italia. ENI e Snam, quindi, si troverebbero a scrivere una normativa che potrà riconoscere loro laute remunerazioni per “il servizio” offerto, in pieno conflitto di interessi.


Impianto Eni di Casalborsetti, (Ravenna). Qui si trova la centrale dove viene raccolto e processato il gas estratto da Eni nei diversi giacimenti offshore nell’Alto Adriatico. Proprio questa centrale costituisce il primo impianto a cui Eni applica la tecnologia della cattura della CO2 (Foto ReCommon/2025).”


2. CCS Pianura Padana

Il progetto “Ravenna CCS” si collega a un altro progetto promosso da Snam, il “CCS Pianura Padana”, che prevede di costruire una rete di circa 100 chilometri di gasdotti dedicati al trasporto dell’anidride carbonica per convogliare quella raccolta inizialmente dalle zone industriali di Ferrara e di Ravenna, e successivamente anche dal polo industriale di Marghera, verso l’impianto industriale di raccolta e liquefazione che verrà costruito a Casalborsetti, da cui sarà infine trasportata e iniettata nei giacimenti esauriti sul fondo del mare Adriatico.

La raccolta della CO2 da questi impianti avverrebbe nella cosiddetta Fase 2, o fase industriale del progetto, in cui ENI e Snam promettono di trasportare e sotterrare fino a 4 milioni di tonnellate di CO2 l’anno entro il 2030. Il progetto prevede una fase ulteriore denominata “CALLISTO” in cui, assieme alla società francese Air Liquide, ENI e Snam prevedono di raccogliere e stoccare fino a 16 milioni di tonnellate di CO2 l’anno proveniente dalla Francia.

Per approfondire la descrizione del progetto leggi il report “La falsa soluzione di Ravenna”.

3. Partenza e arrivo

Se si va nel particolare e si guarda alle città di partenza e di arrivo del gasdotto:

A Ferrara il gasdotto per il trasporto della CO2, nella sua sezione iniziale, attraverserà – a pochissimi metri dalle abitazioni – Pontelagoscuro e quello noto come il “Villaggio marchigiano”, come si può evincere dalla documentazione ufficiale del progetto reperibile sul sito del Ministero dell’ambiente e dalle foto scattate da ReCommon dell’area interessata dal passaggio dell’infrastruttura. Il rischio di avere un’infrastruttura così vicina alle abitazioni viene raccontato da un’inchiesta dell’Huffington Post che ha raccolto le testimonianze dei residenti di Satartia, nel Mississippi, dove nel febbraio 2020, in seguito alla rottura di un gasdotto per il trasporto di CO2, l’intera popolazione è stata evacuata assieme ad altre 250 persone che vivevano nei paraggi. Nessuno tra i soccorritori e il personale medico era preparato ad affrontare le conseguenze dell’esposizione prolungata a un’alta concentrazione di CO2.

Ferrara e il tracciato del gasdotto che costeggia il villaggio marchigiano

La segnaletica di ENI vicina al villaggio Marchigiano (Ferrara) e la vicinanza delle abitazioni al tracciato del gasdotto (Foto ReCommon/2025)


La città di Ravenna, pur non essendo direttamente interessata dal passaggio del gasdotto, si caratterizza per un distretto chimico e industriale che si estende per chilometri di fronte al mare, una sfilata di industrie pesanti che rendono l’aria difficilmente respirabile: da Marcegaglia a Italcementi e Yara, passando per il petrolchimico Eni-Versalis e per vari depositi di GNL.

È questo lo scenario che ci si trova davanti se, ad esempio, si volesse visitare l’area naturale (corrispondente al Sito di Interesse Comunitario (SIC) e Zona di Protezione Speciale (ZPS) Pialasse Baiona, Risega e Pontazzo) che circonda il Capanno Garibaldi.

L’area naturale fa parte del Parco del Delta del Po e comprende un’ampia laguna salmastra a contatto con il mare tramite canali, con acque a bassa profondità e fondali limoso-argillosi. È considerata, inoltre, zona umida di importanza internazionale. La Pialassa sarebbe il luogo perfetto per gli amanti del birdwatching se solo non sfilassero nelle lenti del binocolo anche le imponenti ciminiere della zona industriale. Uno scontro visivo davvero impressionante.


Immagini della vasta zona industriale di Ravenna vicina all’area naturale (Foto ReCommon/2025)


4. Il contesto regionale

Ma in quale contesto si va ad inserire questa ulteriore infrastruttura?

Il territorio attraversato da questo progetto è costellato di aree Natura 2000, cioè aree di pregio naturalistico e alta biodiversità protette dalla normativa italiana e europea ma minacciate dalle numerose forme di estrattivismo presenti in Emilia Romagna e, tra queste, gli immancabili interessi fossili di Snam: l’installazione di una nave rigassificatrice a 8,5 km dalla costa ravennate e la Linea Adriatica, mega gasdotto che risale la dorsale appenninica attraversando tutta la penisola, fino a Minerbio (BO). Il tutto in un’area caratterizzata da un rischio sismico medio-alto, con possibilità che si verifichino forti terremoti che potrebbero provocare gravi danni alle tubazioni di acqua, gas naturale e CO2.

Le aree di pregio naturalistico tra le province di Ravenna e Ferrara raccolte in questa cartina fanno riferimento a 12 Siti Natura 2000 che si prevede subiscano impatti diretti o indiretti legati alla costruzione e al funzionamento del gasdotto per il trasporto della CO2. Tra questi, la Pineta di San Vitale e i biotipi di Alfonsine e Fiume Reno sono quelli per cui si prevede un impatto diretto, ma una decina di altri siti si trovano a meno di 5 km dal sito di costruzione, con il più vicino a circa 800 metri. Tra questi, il Parco del Delta del Po, le Valli di Comacchio, la Valle del Mezzano, le Vene di Bellocchio e Foce del fiume Reno, Punte Alberete, Valle Mandriole, Bardello, Pialasse Baiona e diverse altre. In tutto si contano 71 corsi d’acqua che verranno attraversati dal progetto e dai suoi cantieri. Snam parla di attraversamenti in modalità trenchless, ovvero con microtunnel, ma questo non significa che non ci saranno impatti per le numerose specie che abitano i fiumi e gli habitat interessati.

5. Sismicità e alluvioni

Dunque questa ulteriore infrastruttura andrebbe ad insistere su un area con forte rischio sismico e che sappiamo essere soggetta a eventi climatici estremi sempre più frequenti, come le alluvioni del 2023 e del 2024 che hanno provocato allagamenti persistenti e danni ingenti alle comunità del luogo.

Nell’aprile 2025 siamo state a Traversara, la frazione di Bagnacavallo distrutta dall’alluvione del settembre 2024, dove abbiamo raccolto testimonianze e scattato qualche foto che mostra l’impatto devastante della piena del Fiume Lamone sulle comunità. Il fotogiornalista Michele Lapini ci ha accompagnate in questo viaggio, qui trovate alcune delle sue foto scattate subito dopo l’alluvione del maggio 2023 e settembre 2024.

Foto ©Michele Lapini

A distanza di un anno da quest’ultimo evento catastrofico, le comunità rimangono in attesa di una ricostruzione e di compensazioni per i danni subiti, ma si interrogano anche su cosa riserverà il futuro per loro, se la crisi climatica continua ad avanzare e con lei gli eventi meteorologici estremi. Chi pagherà i costi sociali di tutto questo?



6. Subsidenza

La subsidenza è un processo di abbassamento verticale del suolo, che può avere cause sia naturali che artificiali o antropiche, ossia legate alle azioni dell’uomo. Nel caso della regione geografica del Polesine, tra il Veneto e l’Emilia Romagna, la causa principale sono le estrazioni di fluidi dal sottosuolo (acqua, petrolio, gas) avvenute a partire dagli Anni Quaranta del secolo scorso. È un fenomeno con effetti significativi.

E oggi sappiamo, grazie all’importante studio del Professore Bernard Schrefler per l’Accademia Galileiana di Scienze, Lettere ed Arti in Padova, che le esondazioni e l’accumulo d’acqua durante le alluvioni che hanno colpito l’Emilia Romagna nel 2023 e 2024 sono state favorite dalla subsidenza indotta dall’estrazione di gas su terra e in mare, portata avanti da Eni e che, a partire dagli anni ’50, hanno interessato le aree intorno a Ravenna ma anche il suo entroterra e il Bolognese.

7. Il mare che avanza

Gli studi sull’erosione costiera e l’innalzamento del livello del mare prevedono senza ombra di dubbio che entro il 2100 buona parte della Pianura padana sarà sommersa dal mare. Una buona parte di queste terre, compresa la provincia di Ferrara, sono state “sottratte” al mare con gli interventi di bonifica realizzati all’inizio del secolo scorso, e che ora il mare si sta riprendendo. Tra queste anche la zona che dovrebbe essere attraversata dai tubi per il trasporto della CO2 e le altre infrastrutture. Sarà davvero possibile garantirne l’integrità e lo stoccaggio “permanente”, ovvero per le prossime migliaia di anni? 

8. Conclusioni

Sono troppi gli interrogativi aperti dietro al progetto di trasformare la Pianura Padana, e in particolare il territorio delle province di Ferrara e Ravenna, in una grande rete di trasporto e stoccaggio della CO2. Il grand plan di ENI e Snam prevede infatti di convogliare qui anche centinaia di migliaia di tonnellate di CO2 liquida proveniente dai distretti industriali della Valle del Rodano, Fos e Etang de Berre in Francia, che dovrebbero arrivare via nave partendo dal porto di Marsiglia. Un progetto ad alto rischio – denominato CALLISTO – che diventerebbe la base fisica per lo sviluppo di un mercato della CO2 nel Mediterraneo e che sancirebbe il destino industriale e di zona di sacrificio di Ravenna per i prossimi decenni.  Lo stesso territorio è allo stesso tempo in prima linea per gli eventi meteorologici estremi che potranno solamente aumentare di frequenza e intensità nei prossimi anni senza una trasformazione del modello energetico e produttivo, a partire dall’abbandono dei combustibili fossili.

Le domande aperte sono molte e vanno dalla scarsa trasparenza su molti aspetti del progetto fino all’assenza di una discussione pubblica informata e partecipata che possa valutare costi e benefici per l’intero territorio. Discussione questa che si sarebbe dovuta tenere prima ancora dell’avvio del progetto pilota di Eni e Snam iniziato nel 2024 in assenza di una valutazione d’impatto ambientale. Al contrario, la scelta di avviare le procedure autorizzative per le prima infrastrutture su terra in procedura accelerata ha reso ancora più difficile per i comuni, le istituzioni e per chi vive in quel territorio capire le implicazioni nel lungo termine di questo grande progetto. Dal nostro punto di vista è paradossale affidarsi a società fossili per trovare “soluzioni tecnologiche” per “risolvere la crisi climatica che loro stesse hanno contribuito a generare.