Manifesto di Re:Common

Le ragioni del cambiamento

La Campagna per la riforma della Banca mondiale ha iniziato le sue attività nel 1996.

In sedici anni ha lavorato per la democratizzazione e la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali, responsabili dell’iniquo processo di globalizzazione neoliberista consolidatosi negli anni Novanta.

Accanto a uno sforzo teso al raggiungimento della trasformazione istituzionale della banca, CRBM ha costruito decine di campagne di solidarietà con le comunità locali del Sud del mondo, finalizzate a promuovere la cancellazione del debito e la fine dell’imposizione di aggiustamenti strutturali ai paesi impoveriti e a fermare il finanziamento di progetti che, oltre a causare devastanti impatti ambientali e sociali, spesso venivano condotti in aperta violazione dei diritti umani.

In collaborazione con un ampio spettro di reti delle società civile internazionale, fin dalla sua nascita la CRBM ha costantemente monitorato le operazioni della Banca mondiale, delle agenzie di credito all’esportazione (in Italia la SACE), della Banca Europea per gli investimenti, delle banche private, degli investimenti diretti esteri e dell’Organizzazione mondiale del commercio.

A distanza di 16 anni, il progetto liberista, promosso dalle istituzioni finanziarie internazionali a vantaggio principalmente degli interessi privati e dei mercati finanziari, ha mostrato tutti i suoi limiti. L’attuale crisi economica, che si somma alla grave crisi ambientale e sociale che viviamo, ha mostrato come un modello di sviluppo centrato solamente sulla crescita economica delegata al settore privato nel lungo termine sia insostenibile e fallimentare.

Le lezioni del passato

La nuova iniziativa nasce sulla scorta dell’esperienza e delle riflessioni maturate in questi anni e in considerazione dei profondi cambiamenti economici, politici e sociali nel frattempo occorsi nel contesto internazionale. Elementi di enorme rilevanza che hanno portato l’organizzazione a rinnovare la propria mission.

Dall’esperienza della CRBM si traggono le seguenti lezioni e conclusioni:

-                E’ necessario andare oltre il concetto di sviluppo. Superarne i meccanismi, le politiche e le istituzioni. Lo sviluppo è lo strumento neocoloniale attraverso il quale, dal secondo dopoguerra, a oggi il Nord del mondo ha messo al sicuro la sua prosperità, assicurandosi l’accesso e il controllo  delle risorse dei Paesi del Sud. La creazione di una narrativa filantropica ha consentito di ricorrere alle armi solamente nei casi in cui il modello sviluppista fosse rifiutato in maniera ferma. Il Nord del mondo ha maturato un enorme debito ecologico, sociale ed economico nei confronti del Sud. Il nostro stile di vita è stato costruito e continua ad essere sostenuto dalla depredazione delle risorse naturali di altri popoli. È arrivato il momento di passare dal concetto di aiuto allo sviluppo a quello di ripagamento del debito ecologico.

-                Perciò è necessario fermare l’attuale privatizzazione delle politiche di sviluppo che vengono subordinate alla promozione del settore privato e dei mercati globali, come nuovo strumento di dominazione, e trasformare gli strumenti dell’aiuto in nuovi meccanismi e istituzioni per il puro ripagamento del debito ecologico e sociale – ad esempio tramite meccanismi di tassazione e di trasferimento tecnologico non proprietario. La logica delle banche multilaterali non è conciliabile con i principi di democrazia e giustizia che dovrebbero essere alla base di un approccio di diritto. Le istituzioni nate nel quadro del modello sviluppista non possono essere riformate. Esse vanno sostituite da meccanismi e istituzioni con degli scopi e una governance completamente diversa.

-                Allo stesso tempo bisogna sostenere ogni sforzo per la mobilitazione delle risorse locali e nazionali, evitando che queste finiscano altrove e siano invece ridistribuite, al fine di consentire alle comunità del Sud di intraprendere la propria strada autonoma di costruzione di società locali incentrate sulla promozione dei beni comuni.

-                In una società globale che si ostina a rifiutare i limiti ecologici del Pianeta, l’accesso, il controllo e la gestione delle risorse naturali divengono ogni giorno causa di maggior conflitto, di interesse economico, nonché obiettivi dichiarati della speculazione finanziaria. Le comunità che hanno un approccio di gestione delle risorse non lucrativo e comunitario sono storicamente marginalizzate e spesso represse con la violenza, non solo da attori economici privati, ma anche dagli Stati che rappresentano gli interessi di pochi.

-                Il lavoro svolto fino a oggi dalla CRBM si è concentrato su campagne di solidarietà con le comunità impattate dai progetti finanziati nel Sud del mondo dalle Istituzioni Finanziarie Internazionali e contro la criminalizzazione dei movimenti sociali e di chi si mobilita per difendere i propri diritti. Da alcuni anni, appare sempre più evidente che questo non è un fenomeno che ha appartenenza geografica, perché avviene sia nel Sud che nel Nord del mondo, ovunque i beni comuni siano sotto scacco e le comunità locali scelgano di non arrendersi. Comunità locali e movimenti sociali hanno cominciato a reclamare una gestione pubblica e partecipata delle risorse anche nel nostro emisfero, con caratteristiche diverse in ogni territorio. A livello globale la solidarietà e il sostegno nei loro confronti è divenuta una priorità imprescindibile.

-                La costruzione da parte delle comunità locali di società centrate sulla gestione collettiva dei beni comuni deve diventare l’orizzonte di lungo termine con cui impostare le battaglie del presente, nel Nord come nel Sud del mondo. La promozione dei beni comuni richiederà inevitabilmente la costruzione di nuove istituzioni che permettano una redistribuzione di potere a vantaggio delle comunità e l’individuazione di meccanismi che non permettano a nessun membro della comunità di appropriarsi dei beni comuni in futuro.

-                Nei suoi 16 anni di attività, la CRBM ha potuto toccare con mano come la lotta al paradigma delle grandi infrastrutture e delle devastazioni provocate dai progetti estrattivi sia strettamente legata con la questione energetica. L’attuale modello globale di produzione, distribuzione e consumo dell’energia è profondamente sbagliato ed è causa di iniquità e ingiustizie. In ambito europeo negli ultimi anni si è andato affermando il concetto di sicurezza energetica. La politica estera dell’Unione Europea appare condizionata in maniera ossessiva dall’approvvigionamento energetico, in particolare di petrolio e gas, necessario per mantenere il livello attuale dei consumi. Un modello che si sta rivelando insostenibile con cui l’Unione Europea sceglie di non fare i conti, non esitando a persistere con il furto energetico. Un approccio che, rifacendoci al concetto di furto di terre fertili in agricoltura, possiamo definire a tutti gli effetti energy grab. Per il raggiungimento di una società più giusta è indispensabile una profonda trasformazione dell’attuale modello energetico, mettendo fine alla dipendenza dai combustibili fossili e dall’energia nucleare, in direzione della decentralizzazione e della gestione comunitaria delle risorse a esso collegate.

 

Il mondo che cambia

Dagli anni in cui la società civile protestava davanti alle sedi delle istituzioni finanziarie e dei vertici delle organizzazioni internazionali sono cambiate molte cose.

I Paesi con un’economia emergente, che negli anni Novanta potevano essere considerati alleati di chi reclamava regole economiche globali più eque, hanno acquisito in maniera definitiva il ruolo di nuovi attori finanziari nell’arena globale, arrivando addirittura a rimpiazzare in parte le istituzioni finanziarie tradizionali. Attualmente la Cina è tra i principali finanziatori di progetti infrastrutturali in Africa. La Banca Brasiliana di Sviluppo è divenuta in pochi anni una delle istituzioni finanziarie pubbliche più grandi del mondo, con una crescente presenza in America Latina e in Africa. Le responsabilità dell’India in merito alla delicata questione del land grabbing in Africa stanno crescendo in maniera esponenziale.

Parallelamente, la liberalizzazione dei servizi finanziari guidata dal WTO e la deregolamentazione del sistema bancario e degli strumenti dei mercati finanziari, che sono seguite alla liberalizzazione del sistema monetario e dei movimenti di capitali a livello mondiale, hanno posto le basi per l’espansione incontrollata dei mercati di capitale all’origine dell’attuale crisi economica. Il Fondo Monetario Internazionale e i governi occidentali che ne controllano l’operato sono tra i principali colpevoli di questo stato di cose, avendo promosso, e in molti casi imposto, tali politiche in tutto il Pianeta. I mercati finanziari e di capitale sottraggono preziose risorse all’economia reale per poi investirle nei mercati, alla ricerca di profitti altissimi. Attraverso strumenti altamente speculativi sono in grado di sostituire il ruolo delle Istituzioni Finanziarie Internazionali, di influire sui prezzi delle materie prime (compreso il cibo), di controllare il debito pubblico di interi Paesi e di far fallire Stati sovrani. A fronte della crisi finanziaria del 2008, i governi che hanno salvato le banche con il denaro pubblico, generando così la crisi del debito negli USA e in alcuni Paesi europei, non hanno chiesto nulla in cambio. Al settore finanziario non è stata imposta nessuna nuova regola, né sono stati introdotti dei limiti vincolanti. A parte qualche mero provvedimento di cosmesi, tutto è rimasto come prima.

L’emergere di nuovi attori e lo spostamento geografico e finanziario di parte della ricchezza hanno determinato un nuovo assetto mondiale, in cui un’esigua èlite economica globale detiene il controllo dell’enorme liquidità circolante e di istituzioni pubbliche sempre meno democratiche, aggravando e creando nuove sacche di povertà. E’ il caso dell’Europa, dove i Paesi membri sono stati privati del diritto di definire politiche monetarie nazionali. Oggi l’accesso a nuovi fondi di stabilità per sostenere gli Stati europei in difficoltà, viene regolato sempre più dalla poco democratica Banca Centrale Europea e dalla Commissione Europea, sempre più in mano alle lobby, con l’appoggio del Fondo Monetario Internazionale a fronte di veri e propri programmi di aggiustamento strutturale, che producono nuove povertà e l’arricchimento di pochi. Programmi già di fatto in atto nelle varie manovre economiche di pareggio di bilancio, oggi scritto addirittura nella Costituzione, che sul campo dei diritti e delle politiche sociali stanno riportando i Paesi europei indietro di un secolo, aggravando in maniera drammatica le diseguaglianze sociali. Se la tendenza non verrà invertita, queste èlite saranno dotate di sempre maggiori capitali, a scapito delle masse del nord e del sud che diventeranno sempre più povere. Nel caso europeo in particolare, è necessario tornare a controllare il movimenti dei capitali e il sistema bancario, ripensare l’intero modello di integrazione economica, oggi plasmato solo per conformarsi con la creazione di mercati globali. È inoltre necessario reinventare istituzioni democratiche ridefinendone il mandato in questa direzione, mettendo in discussione il funzionamento di quelle esistenti.

Essendo la scarsità la legge che regola l’economia, i capitali e chi li controlla sono già entrati in competizione per l’accaparramento e la speculazione sulle risorse naturali. Il modello di crescita illimitata ha reso tali risorse non solo scarse, ma ne ha anche compromesso la qualità. Le elite finanziarie stanno avviando un processo di finanziarizzazione delle risorse naturali al fine di creare nuove classi di asset finanziari basati su nuove commodity fittizie (habitat, specie, biodiversità) che complementino quelle esistenti. Questo approccio produrrà anche una nuova ondata di partnership finanziarie pubblico-private, spesso per il finanziamento delle infrastrutture fisiche e finanziarie, che aumenteranno la mercificazione dei beni comuni.

Un altro cambiamento importantissimo che ha segnato il recente contesto politico sono state le rivoluzioni nei paesi del Nord Africa. La primavera araba ha aperto un nuovo spazio politico euro-mediterraneo e ha messo in luce la drammatica ambiguità delle politiche europee. L’Europa ha infatti sostenuto i regimi repressivi in cambio di un tutela incondizionata dei propri interessi economici. Nonostante la transizione sia ancora in corso, l’Europa ripropone drammaticamente le stesse ricette che hanno creato la disuguaglianza sociale, la quale è stata alla base delle rivolte popolari. L’alleanza con i movimenti e la società civile della sponda meridionale del Mediterraneo è oggi quanto mai strategica per contrastare le politiche liberiste dell’Europa, che aggressivamente premono sui suoi confini. Principale oggetto di questa aggressione sono le risorse energetiche.

Come popoli europei abbiamo una responsabilità storica di legarci ai popoli del mediterraneo e di sostenere la loro transizione democratica antiliberista. Questo non può che avvenire rimettendo in discussione il progetto europeo oggi in crisi, rivedendo non soltanto le politiche di integrazione interne, ma tutte le priorità dell’azione europea esterna (dal commercio, agli investimenti esteri, all’energia, all’ambiente), in particolare nell’area di vicinato.

 

La nuova mission

Sulla base di queste considerazioni e in continuità con l’esperienza maturata dalla CRBM, la mission della nuova iniziativa sarà quella di sottrarre il controllo delle risorse naturali al mercato e alle istituzioni finanziarie pubbliche e private, restituendone l’accesso e la gestione diretta ai cittadini tramite nuove politiche di partecipazione.

A tal fine sarà necessario costruire campagne di pressione e sostenere i movimenti sociali, per ridurre il potere dei mercati finanziari e costruire nuovi strumenti finalizzati a promuovere la nascita di nuovi meccanismi per il finanziamento pubblico dei beni comuni a livello locale, nazionale e globale.

Il controllo popolare degli strumenti finanziari è un elemento imprescindibile per una democrazia reale.

In continuità con la partecipazione attiva alle reti e i network internazionali che ha caratterizzato fino ad oggi l’attività di CRBM, la nuova iniziativa dedicherà un’attenzione particolare all’area del Mediterraneo.

 

Obiettivi della nuova associazione

• Ottenere il riconoscimento del principio di debito ecologico e sociale del Nord verso il Sud e operare per il suo ripagamento.

• Limitare il campo di azione e il potere dei mercati finanziari, degli speculatori e delle istituzioni finanziarie internazionali nel controllo e nella gestione delle risorse naturali.

• Restituire alle comunità locali la sovranità nella gestione delle risorse naturali.

• Rimettere al centro dell’agenda politica il concetto di interesse pubblico nella gestione delle risorse naturali e dei beni comuni, dando voce alle cittadinanze nei processi decisionali.

• Promuovere la costruzione di nuove istituzioni finanziarie pubbliche per la tutela e la gestione partecipata dei beni comuni.

• Costruire una rete euro-mediterranea per il controllo pubblico e partecipato delle risorse naturali.

• Promuovere l’efficienza nell’uso delle risorse naturali al fine di ridurne il consumo, tramite una rilocalizzazione decentralizzata dei processi produttivi e una strategia di autosufficienza energetica e alimentare a livello locale.

 

Aree di lavoro

La nuova iniziativa si articolerà in tre aree di lavoro:

1. Definanziarizzazione delle risorse naturali

Campagne volte a limitare il potere di influenza dei mercati e delle istituzioni finanziarie internazionali nel controllo delle risorse naturali con particolare attenzione alle responsabilità italiane (imprese, banche pubbliche o private, altre agenzie inclusa la cooperazione allo sviluppo, finanziatori pubblici, società a partecipazione pubblica) nello sfruttamento iniquo e insostenibile delle risorse naturali. Sostegno ai processi e ai movimenti di ripubblicizzazione e partecipazione.

L’area si articolerà in tre programmi Acqua, Terra/Cibo, Energia. Il programma Energia assumerà un ruolo centrale e sarà suddiviso in quattro filoni di lavoro: Energy grab, Finanza e Clima, Combustibili fossili, Alternative Energetiche.

 

2. Nuova finanza pubblica

Analisi e proposte per nuovi meccanismi di finanziamento dei beni comuni.

Campagne volte alla riforma radicale e/o alla creazione di nuove istituzioni di finanza pubblica sia a livello nazionale che internazionale. Sostegno a campagne per la giustizia fiscale.

 

3. Iniziativa Mediterraneo

Costruzione una rete euro-mediterranea per il controllo pubblico e partecipato delle risorse naturali. Riduzione dell’influenza politica regionale delle istituzioni finanziarie europee. Campagne volte a contrastare il concetto di sicurezza energetica e l’energy grab europeo nella regione.