Dieci ragioni per dire no al gasdotto TAP

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Comitato No Tap - https://www.facebook.com/notapitalia

A pochi giorni ormai dal pronunciamento del ministero dell’Ambiente sulla Valutazione di Impatto Ambientale del progetto, ecco perché secondo noi il TAP è un’opera inutile e dannosa, da molti punti di vista. Che le istituzioni finanziarie europee e italiane non devono finanziare.

1. NON SERVE né a noi né al resto d’Europa

In Europa di gasdotti ce ne sono in abbondanza. Tuttavia i consumi sono in costante diminuzione. I progetti di nuovi gasdotti rispondono quindi a ragioni economico-finanziarie e non alle “necessità” reali di chi vive in Italia o negli altri paesi. Costruire il TAP non servirà a rilanciare l’economia e a “uscire” dalla crisi economica che persiste. Non serve a chi ha perso il posto di lavoro, o a chi è stato costretto a chiudere la propria attività. Non serve neanche a chi vorrebbe emanciparsi dal gas russo, perché i russi sono parte del progetto con la loro azienda petrolifera Lukoil, impegnata nell’estrazione proprio del gas che dovrebbe essere trasportato dal TAP. Non serve a chi spera “che almeno porti soldi”, perché la società costruttrice (la Trans Adriatic Pipeline AG) è registrata a Baar, in Svizzera, e non pagherà mai le tasse in Italia.

2. DANNEGGIA IL TERRITORIO ben oltre la sua costruzione

Le ruspe, il cantiere, le tecnologie che verranno usate sono tutti aspetti preoccupanti. Terminata la costruzione, le cose non saranno “come prima”, lo abbiamo visto in altri luoghi dove sono stati costruiti gasdotti simili. Dove passa un gasdotto, tutte le altre attività economiche diventano “secondarie” o collaterali, e secondari e collaterali diventano anche gli abitanti di quelle terre. Il progetto presenta tanti aspetti da chiarire: le centinaia di osservazioni presentate dalle associazioni e dall’amministrazione di Melendugno non possono riassumersi in poche righe, ma sottolineano vari timori. Andando oltre, il gasdotto è la testa di ariete di un modello di “sviluppo” che si porta dietro cementificazione, inquinamento e danni all’ambiente che si manifesterebbero negli anni a venire.

3…E LA SUA ECONOMIA, in cui il mare, la terra e le risorse sono al centro di tutto

La realizzazione del gasdotto non causerebbe solo un danno economico “compensabile”. L’infrastruttura, infatti, arriva dal mare, attraversa la falda acquifera, che proprio nella zona di San Foca passa quasi in superficie, mette a rischio la costa, l’habitat marino, le riserve d’acqua e le piantagioni antiche di ulivi anche millenari. Distruggerebbe così l’ambiente in cui vivono delle persone, e in cui sono incardinate tutte le attività economiche e commerciali che in questa terra danno da vivere, che sono parte del tessuto sociale e culturale del territorio. Dalla pesca all’agricoltura, agli agriturismi alla produzione vinicola, questa terra fa della sua semplicità e del rispetto per l’ambiente il suo punto di forza. Un gasdotto e tutte le sue implicazioni non fanno parte del futuro che gli abitanti dell’area stanno costruendo per i loro figli.

4.  ANTI DEMOCRATICO e non ascolta i cittadini
Il TAP è solo una parte di un gasdotto più lungo, la cui costruzione è stata decisa da governi e compagnie private, senza però consultare i cittadini. Nessuno ha chiesto a chi vive sui territori che verranno attraversati dal TAP e dalle altre componenti del più lungo “Corridoio sud del gas” se fosse o meno opportuno costruire quest’opera, né in Italia né in Azerbaigian. L’esercizio di democrazia riguarda i dettagli del progetto, al massimo qualche deviazione nel tracciato, o un approdo differente nel caso del Salento. Tutti “particolari” che verranno poi presentati come espressione di alta democrazia. Ma se il progetto non servisse proprio?

5. È IMPOSTO DALL’ALTO da più in alto di quanto crediate!
Che a parlare sia il governo italiano o che sia la società TAP, tutti dicono che il gasdotto TAP è di “priorità europea”. Cioè a volerlo sarebbe la stessa Europa. Una mezza verità, prima di tutto perché i governi non sono riusciti a fare una vera discussione strategica in materia di energia. Il risultato è stato una lunga lista di oltre 100 progetti “strategici” compilata dalla Commissione europea che dovrebbe accontentare un po’ tutti, aziende comprese. C’è già chi ha chiesto alla Corte europea di Giustizia di rivedere le modalità con cui la Commissione ha definito cosa è strategico e cosa non lo è, ma nel complesso il dato di fatto è che i territori e i loro abitanti sono rimasti esclusi da questa decisione. Molti dei progetti sono poi essi stessi in competizione tra loro, confermando le scelte politiche della Commissione e non basate su criteri di economicità, “strategicità” o di semplice buon senso. Il prezzo di tutto questo rischia di essere un enorme spreco di denaro pubblico, per progetti di dubbia utilità che per altro alimentano la dipendenza europea dal gas.

6. LA SICUREZZA ENERGETICA NON C’ENTRA …ma proprio per niente!
E’ la seconda parte della cantilena che ripetono governi e aziende: ce lo chiede l’Europa “per la sicurezza energetica continentale”. La verità è che l’Europa ha coniato il concetto di sicurezza energetica a tavolino, proprio quando è risultato evidente che solo per una questione di “sicurezza” avrebbe potuto legittimare l’utilizzo di qualsiasi mezzo a tutela del diritto primordiale a garantirsi il petrolio e il gas di cui l’Europa avrebbe “bisogno”. Peccato che oltre il 60% del gas e l’80% del petrolio venduti in Europa provengano da oltre i confini dell’Unione, in molti casi da paesi del Sud, come la Nigeria, o dalla regione del Caspio. Giustificare nuovi investimenti in questi paesi per estrarre petrolio e gas, o nuove infrastrutture in Italia e in Europa per garantire che petrolio e gas possano alimentare il “mercato europeo” è ipocrita e mette in secondo piano i diritti delle comunità che vivono dove il gas è estratto e dove le mega opere dovrebbero essere costruite. Ma soprattutto non affronta il vero problema, ovvero ridurre la nostra dipendenza dal petrolio e dal gas.

7. SERVE INTERESSI FINANZIARI e non i nostri
“Costruire il mercato del gas” è un mega affare in cui aziende, fondi di investimento, fondi pensione, ma anche banche e assicurazioni sono pronti a tuffarsi, a patto che tutti i rischi vengano coperti in qualche modo dai governi, dalla Commissione europea, o da istituzioni finanziarie come la Banca europea per gli investimenti. Ma quale mercato si vuole costruire? I modelli sono diversi: quello voluto dalla Commissione è strumentale per gli interessi dei grandi investitori, che puntano a creare un sistema che permetta loro di fare i soldi (e in maniera sicura), controllando una risorsa da cui prima si è creata la dipendenza, e poi scarsità (perché controllata dai grandi investitori privati). Oggi per molti il prezzo del gas è già troppo alto: cosa succederà quando il mercato sarà completato e il prezzo verrà definito proprio da questi investitori che puntano a profitti a due o più cifre? E per quale motivo governi e istituzioni pubbliche dovrebbero investire per garantirli?

8. SOSTIENE GOVERNI AUTORITARI
Le maggiori riserve di gas ancora da sfruttare si trovano nella regione del Mar Caspio. Il gasdotto TAP dovrebbe trasportare gas che viene dall’Azerbaigian, dal giacimento di Shah Deniz II nel Mar Caspio. Ma forse anche da un futuro gasdotto in Turkmenistan. A quale prezzo però? Azerbaigian e Turkmenistan sono due paesi retti da governi autoritari, in cui le violazioni delle libertà civili sono all’ordine del giorno. E’ di poche settimane fa la denuncia di decine di persone incarcerate in Turkmenistan e di cui non si ha più notizia.

In Azerbaijan, solo nell’ultimo anno decine di attivisti per i diritti umani, giornalisti, blogger sono stati arrestati sulla base di accuse costruite a tavolino. Denunciavano la corruzione del governo, in particolare legata alle risorse derivate dal petrolio e dal gas. Difendevano la libertà di espressione nelle arti, dal disegno alla musica, ancora negata in un paese che è stato già definito “una dittatura post-moderna”. Comprare questo gas significa sostenere il regime degli Aliyev e le violazioni dei diritti umani che sta perpetrando da oltre due decenni.

9. E DOVREMMO PAGARLO NOI? Sembra proprio di si…
Proprio perché si trova nella lista dei “progetti di priorità europea”, il TAP è candidato a ricevere prestiti a tasso agevolato dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo sviluppo e da altre istituzioni finanziarie pubbliche (come la Banca europea degli investimenti e Cassa Depositi e Prestiti). Ma non solo. Il consorzio costruttore potrebbe finanziare la costruzione vendendo sui mercati finanziari dei titoli di debito (i “project bond europei”) con un rating particolarmente alto grazie all’intervento di alcune delle istituzioni appena menzionate, assieme alla Commissione europea. In altre parole, un’agevolazione non da poco, che rischia di scaricare sulle casse pubbliche i costi dell’opera, lasciando il profitto intatto per la società che costruisce e per gli investitori che hanno comperato i bond…Un buon affare per molti, ma non per i contribuenti italiani e europei, che si troveranno a pagare il conto!

10. NON È UN’ALTERNATIVA ma un ostacolo a pratiche alternative
Il TAP ci viene spesso presentato come “un’alternativa al gas russo”, ma è davvero così? Se guardiamo i dati dei consumi, anche in tempi di recessione, il TAP non potrebbe sostituirsi alle quantità di gas che importiamo dalla Russia. Inoltre non è dato sapere il costo complessivo del TAP e delle altre parti del gasdotto, dall’Azerbaigian all’Italia, e come verrà finanziato. A conti fatti, la vera alternativa consisterebbe nel definire i bisogni reali di energia di ciascun territorio, guardando agli anni a venire e al modello economico che ciascun territorio vuole definire per rinascere dalla crisi. E quindi pensare agli interventi necessari anche per produrre energia, tagliando il cordone della dipendenza dal gas. Un progetto come il TAP va in direzione contraria, è un ostacolo alla possibilità di pensare a delle alternative realmente trasformative per i territori.

Per saperne di più: Scarica liberamente “La trappola del gas”

Comitato NO TAP: https://www.facebook.com/notapitalia?fref=ts

Nida Civic Movement (Azerbaijan)

Turkmenistan – campagna “Prove they are alive” internazionale per le persone scomparse nelle prigioni

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Commenti (4)

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    anna

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    siamo chiamati ancora una volta a difenderci dagli interessi della casta per questo dico ai comitati di metterci tutta la loro forza per dire no no no alla distruzione del nostro patrimonio turistico ambientale e paesaggistico resistere resistere resitere un saluto anna

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    achille sigliuzzo

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    mai lette, fino ad oggi, tante bugie, tanta disinformazione, tante assurdità tutte insieme. Dal paragrafo uno al dieci non c’è un minimo di razionalità, qualcosa di condivisibile. Coloro che condividono certe assurdità, non hanno mai sentito parlare di economia, di geografia economica, di ingegneria delle grandi opere, di moderna cantieristica, di rapporti internazionali, di utilità delle opere, di norme di sicurezza europee…… dopo la lettura di tali asserzioni, mi sono convinto che è inutile dialogare con gente ottusa ed in malafede come i NO-TAP

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    Pier Luigi Caffese

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    Quante emissioni cancerogene di metano fossile ha il gasdotto TAP.
    Boh,nessuno lo sa e nemmeno la VIA lo dice.Il Minambiente non sa nulla e Calenda pure,poi il Tap dice che il metano è sigillato dentro il tubo.Come dire noi siamo svizzeri,che volete italiani prendetevi pure il cancro.Allora un parente mi invia lo studio californiano e vedrai che il Tap dirà ma noi non siamo in California siamo solo tra ulivi e citrulli.
    Le emissioni di metano – un potente gas clima-riscaldamento – possono essere più o meno il doppio di quello ufficialmente stimato per il San Francisco Bay Area. La maggior parte delle emissioni provengono da fonti biologiche, come le discariche, ma perdita del gas naturale è anche una fonte importante, secondo un nuovo studio dal Dipartimento di Lawrence Berkeley National Laboratory (Berkeley Lab).Il rapporto da ricercatori Seongeun Jeong e Marc Fischer è il primo a quantificare il contributo relativo delle diverse fonti di emissioni di metano. Il loro articolo, “Stima delle emissioni di metano da fonti biologiche e combustibili fossili nella San Francisco Bay Area,” è stato recentemente pubblicato online sulla rivista Geophysical Research Letters . Hanno lavorato con collaboratori a UC Irvine, la National Oceanic and Atmospheric Administration, il Distretto gestione della qualità dell’aria Bay Area (BAAQMD), Sandia National Laboratories, e San Jose State University.
    “Questo studio, insieme a pochi altri, che abbiamo pubblicato di recente, quantifica le emissioni di gas a effetto serra provenienti da più settori di origine in un modo che sia consentire una valutazione della AB32 (la Warming Solutions Act California globale) e gli sforzi di aiuto per attenuare le emissioni del futuro “, ha detto Fischer.Il loro studio ha trovato le emissioni di metano sono circa 1,8 volte quello che il BAAQMD ha stimato. Nel gergo statistico, i loro risultati hanno avuto un livello di confidenza del 95 per cento le emissioni di metano che sono 1,3 a 2,3 volte l’inventario. Hanno inoltre scoperto che circa il 82 per cento da fonti biologiche – molto probabilmente dalle discariche – e il 17 per cento da combustibili fossili. I loro risultati sono stati ottenuti combinando misurazioni di campioni di aria da sei torri in e attorno alla zona della baia con calcoli basati su modelli di trasporto atmosferico.La ricerca è stata finanziata dal Programma di Ricerca sul Gas Naturale della Commissione Energia della California,mentre noi abbiamo finanziata da UE una ricerca archeologica sul TAP come dire non rompete!. “Quantificare e ridurre i livelli di metano è uno strumento importante per raggiungere California gli obiettivi di riduzione dei gas serra”, ha dichiarato Robert Weisenmiller, presidente della Commissione Energia della California.
    Il metano è un gas di breve durata serra che intrappola circa 83 volte più calore rispetto anidride carbonica per unità di massa quando mediato su un arco di tempo di 20 anni. Rimane in atmosfera per circa 10 anni, mentre l’anidride carbonica può rimanere nell’atmosfera per più di 100 anni. Le principali fonti umane artificiali di metano sono combustibili fossili (gas naturale e petrolio), bestiame, discariche e acque reflue. Ci sono anche fonti naturali, come le zone umide.Su scala in tutto lo stato, la California Air Resources Board (CARB) stima che la maggior parte delle emissioni di metano della California si verificano nella Central Valley. Tuttavia, gli autori notano che “crescente evidenza suggerisce che le grandi regioni metropolitane della California costituiscono un altro componente importante del bilancio di metano di origine antropica dello Stato … [e] che l’identificazione delle fonti di emissione di metano è importante a scala sub-regionale o città per la pianificazione di mitigazione. “perdite di gas naturale e discariche principali colpevoli in Bay AreaLe nove-contee di San Francisco Bay Area rappresentano circa il 10 per cento delle emissioni di metano dello Stato. “Abbiamo voluto conoscere il contributo delle emissioni da infrastruttura di gas naturale urbano, così abbiamo scelto la zona della baia, perché non ha una significativa produzione di petrolio”, ha detto Jeong.Per differenziare e quantificare le fonti delle emissioni di metano, Fischer e Jeong misurato i livelli di diversi composti organici volatili. “Abbiamo utilizzato misurazioni di alcani leggeri – specificamente etano, pentano, e un aromatico chiamato toluene – stimare in maniera quantitativa quanto metano fossile veniva emessa, perché fonti biologiche non emettono etano apprezzabile o pentano o toluene,” Fischer ha detto. “Utilizzando diversi traccianti diversi, siamo in grado di dire quanto le emissioni di metano sono dovute al gas naturale, e quanto è il petrolio.”
    Il gas naturale può essere perde ovunque lungo la rete di trasmissione e distribuzione, da tubi e raccordi per il contatore del gas in casa o in azienda. Lo studio Berkeley Lab ha rilevato che le emissioni totali di metano a causa di gas naturale sono tra 0,3 e 0,5 per cento del consumo totale di gas naturale nella zona della baia.”Questo è inferiore a quello che è stato stimato per l’Air bacino South Coast? Se le emissioni di Los Angeles sono altamente incerte a causa della presenza di altre fonti? Ed enormemente inferiore a lavoro che è stato fatto a Boston, che è una città molto più antica,” Jeong ha detto.Per le fonti biologiche, le discariche sono la fonte principale dal momento che la zona della baia ha ben poco bestiame. “Hai milioni di persone lo smaltimento della sostanza organica, e le discariche non sono perfettamente attenuate”, ha detto Fischer.La buona notizia è che questo risultato sottolinea l’importanza della costruzione di sistemi di recupero del metano per generare elettricità. “Questo non ha un’implicazione importante per l’adozione di discarica metano come fonte di energia non fossile,” Fischer osservato.Questo nuovo studio Bay Area è coerente con le precedenti analisi di Fischer e Jeong, tra cui un ampio studio pubblicato lo scorso novembre sul Journal of Geophysical Research sulle emissioni di metano dello stato che oggi costituisce la base per la valutazione ufficiale di CARB.Essi hanno inoltre contribuito ad altri due lavori recenti sul metano, che utilizzati campioni d’aria raccolti da aerei invece che da una torre e che ha avuto risultati costanti, e un altro che ha utilizzato un approccio bottom-up per prevedere la distribuzione spaziale delle emissioni di metano per la colazione continentale Stati Uniti.obiettivi climatici della California sono contenute nel AB32 e di un ordine esecutivo del 2005. Lo stato mira a ridurre le emissioni di gas serra ai livelli del 1990 entro il 2020 – una riduzione di circa il 30 per cento – e quindi una riduzione di 80 per cento rispetto al 1990 entro 2050. Mentre l’anidride carbonica è di gran lunga il più prevalente gas clima-riscaldamento, metano conti per una quota non banale.
    “Crediamo che il metano è 10 a 15 per cento delle emissioni totali di gas serra della California su un orizzonte temporale di 100 anni”, ha detto Fischer. “Se vogliamo ridurre le emissioni totali del 80 per cento nel 2050, avremmo un tempo molto molto più difficile farlo se non si riducono anche il metano.”

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